domenica 25 febbraio 2018

Juno.00010.001 - Cabotaggio - 001

[Inizio]

Lo stabilimento farmaceutico "Arbor Vitae", che doveva produrre le macchine per arborizzare le placente, fu infine costruito sulla riva sinistra del fiume Temo, a monte del ponte nuovo (sulla strada Alghero-Bosa), su dei terreni agricoli pagati a caro prezzo.

Non si era reso necessario dissalare l'acqua del vicino mare - la portata minima del fiume Temo era sufficiente per le esigenze dello stabilimento, ma ci volle un grande impianto di potabilizzazione.

Molte case vicine allo stabilimento erano strutture turistiche in crisi, e furono acquistate e trasformate in alloggi per i dipendenti; i laboratori e gli uffici furono invece scavati all'interno degli speroni di roccia che da un colle si protendevano verso lo stabilimento - preservando perciò il panorama.

L'inaugurazione fu una grande festa con danze sarde e dei cinque continenti, in cui il sindaco Victor Basenji si dimostrò assai bravo; ma qualche sera dopo accadde un incidente.

Un autoarticolato che trasportava materie prime per lo stabilimento scendeva la strada da Suni a Bosa, e la stava percorrendo correttamente; ma al penultimo tornante un'auto che invece risaliva tentò di tagliare la curva schiantandosi contro il mezzo pesante.

L'autista dell'autoarticolato si era proteso in avanti per veder meglio la curva, e lo schianto gli fece battere la testa contro il parabrezza, provocandogli una concussione cerebrale che lo stordì per mezzo minuto.

Per fortuna Juno aveva insistito che ci fossero due autisti su ogni autoarticolato, ed il secondo autista, tirando il freno a mano, impedì che l'autoarticolato finisse nel burrone spingendo davanti a sé l'auto.

Meno fortunati erano i ragazzi dell'automobile - si era purtroppo rotto il condotto del carburante, provocando un principio d'incendio, che fu prontamente spento dai due autisti dell'autoarticolato, dotato di estintori.

Fu a quel punto possibile chiamare le ambulanze per soccorrere i ragazzi ed i vigili per i rilievi legali ed assicurativi; fortunatamente la strada non era molto frequentata di notte, e non ci furono grandi disagi.

All'ospedale Mastino di Bosa giunsero Juno Dejana e Victor Basenji: il primo perché l'autoarticolato (che aveva potuto poi raggiungere lo stabilimento da solo, guidato dall'autista illeso) era dell'azienda farmaceutica, e voleva visitare l'autista con la concussione; il secondo perché al volante dell'auto c'era suo figlio Solomon.

La luogotenente dei carabinieri Giovanna ed il primario del pronto soccorso Giacomo spiegarono che era successo: l'autoarticolato era rimasto nella sua corsia, ed era stata l'auto ad uscirne - quindi torto marcio di chi ne era al volante, tantopiù che la sua alcolemia era oltre i limiti di legge!

Per fortuna, nessuno si era fatto seriamente male: la concussione aveva provocato solo un breve stordimento, non si rinvennero alterazioni neuroanatomiche, e quindi fu classificata come lieve, e meritò all'autista solo venti giorni di riposo; i ragazzi nell'auto erano giovani e robusti, e se la cavarono con un po' di contusioni meritevoli di bendaggio e riposo.

L'autoarticolato fu possibile ripararlo, l'automobile no - l'incendio aveva gravemente danneggiato il motore.

Juno disse a Victor: "Mi spiace. Se ti tocca affrontare delle spese conta su di me", ma Victor rispose: "Non dirlo neanche per scherzo: ha sbagliato mio figlio, pagherà lui i danni. Semmai, nel consiglio comunale di domani ci sarà sicuramente chi dirà che quest'incidente dimostra che lo stabilimento non si doveva fare".

"Ho preso tutte le precauzioni. I miei automezzi circolano di notte apposta per non congestionare la piccola strada che abbiamo e ridurre il rischio di incidenti", ribattè Juno.

"Te ne do atto, ed il comportamento dell'autista che, pur con una concussione, ha afferrato l'estintore ed aiutato il collega a salvare i ragazzi ci aiuterà molto. Però bisogna trovare una soluzione!"

"Costruire una superstrada fino a Macomer che si innesti sulla Carlo Felice è impossibile", osservò Juno, "Potremmo provare ad usare la ferrovia, su cui ora viaggiano solo treni turistici, anche per il trasporto merci".

Victor aggrottò il sopracciglio, piegò la bocca facendola sembrare quella di un bulldog e disse: "Nemmeno nel mio paese, la Nigeria, le ferrovie sono così malconce. Non ci sperare".

Rebecca, l'ingegnera unita civilmente a Juno, le disse poi: "Non conosco quella ferrovia. Prendiamo il primo treno turistico fino a Macomer, e così vedo che si può farne".

Quando però i due si recarono in biglietteria, mentre Juno stava allungando il denaro al bigliettaio, Rebecca guardò i binari e bruì come una tigre a cui stanno insidiando i cuccioli.

"Che succede?", chiese Juno, e Rebecca rispose: "Non c'è bisogno che compriamo i biglietti. Ho già capito tutto. Victor aveva ragione". Rebecca trascinò Juno sul marciapiede e le disse: "Guarda come sono unite le rotaie alle traversine!"

"Santo pisello! Ogni piastra guida prevede quattro chiavarde, ma ne hanno messe solo due!", notò Juno, e Rebecca insistè: "Le traversine sono di legno, e le rotaie inoltre sono 27 UNI - troppo leggere per un treno merci come serve a noi, che trasporta container da oltre 30 tonnellate l'uno!"

"Se salgo su uno di questi treni, il peso delle mie tette lo fa deragliare alla prima curva", concluse Juno, facendo ridere Rebecca, che disse: "Rifare la ferrovia costerebbe troppo; occorre passare al cabotaggio!"

"Cabotaggio" significava per lei procurarsi delle piccole navi portacontainer capaci di fare la spola tra Bosa e Cagliari - in quel porto i container sarebbero stati trasbordati sulle portacontainer oceaniche dirette in tutto il mondo.

Il fiume Temo è considerato navigabile, ma c'era un grosso inconveniente.

"Amore, che regime politico ha l'Italia?", chiese Rebecca a Juno, e questa rispose: "Dal 1946 è una repubblica. Perché?"

"In Veneto direbbero che è ancora una monarchia, perché sempre governata dai 'mona'".

"Mona" in veneto ha lo stesso significato dell'inglese 'cunt': indica sia quello che distingue le donne dagli uomini, sia un pezzo d'idiota.

"Spiegati meglio", chiese Juno, e Rebecca spiegò: "A Bosa ci sono tre ponti sul fiume Temo. Quello più a monte fu costruito nel 19° Secolo, non vale granché, ma è appunto abbastanza a monte da non ostacolare più di tanto la navigazione fluviale. Poi alla fine degli anni '90 hanno costruito il ponte automobilistico sulla provinciale Bosa - Alghero, e l'altezza sull'acqua non supera i 6 metri; idem il ponte pedonale costruito tra i due all'inizio degli anni 2000".

"Sono pochi 6 metri?"

"Sì, amore. Un vascello fluviale odierno, classe CEMT Va, che può trasportare 96 container "High Cube", e da solo sostituisce appunto 96 autoarticolati, ha bisogno di un'altezza di 12 metri. Chi ha costruito quei ponti ha deciso di impedire alla città di Bosa di diventare un porto fluviale serio. Possiamo usare solo vascelli di classe CEMT III, che non sono convenienti rispetto agli autoarticolati, perché possono trasportare solo 12 container".

"Fammi vedere un po' i manuali", disse Juno, che dopo averli guardati chiese a Rebecca: "È solo l'altezza il problema? Non anche lunghezza, larghezza e pescaggio?"

"Solo l'altezza".

"La soluzione c'è, anche se spiacevole: per portare 96 container, un vascello classe CEMT Va li deve disporre su 4 strati, e per forza raggiunge un'altezza di quasi 12 metri. Se noi ci accontentiamo di 2 strati di container, sulla nave ne carichiamo comunque 48, ma l'altezza è un po' inferiore a 6 metri, e sotto quei vituperati ponti ci passa!"

Rebecca riguardò i manuali e concluse: "Brava Juno! Hai risolto il problema!"

"Inoltre", osservò Juno, "Una nave che viene forzatamente e poco proficuamente caricata a metà mostra chiaramente l'inadeguatezza dei ponti e di chi li ha costruiti, molto più di una nave piccina stracarica come sarebbe una di classe CEMT III. Un po' di politici bosani e sardi si sentiranno chiamati in causa e dovranno trovare una soluzione".

"Dei ponti più alti, oppure dei ponti mobili, che si aprono (a pagamento) quando passano le navi classe CEMT Va a pieno carico", disse Rebecca, "Dei tunnel sotto il fiume li sconsiglio in una città soggetta alle inondazioni".

Fu dunque possibile pianificare il trasporto dei container tra Bosa e Cagliari via nave, con delle navi di classe CEMT Va capaci di affrontare (con qualche cautela) il mare aperto.

Tra Bosa e Cagliari ci sono circa 170 miglia marine; le navi le percorrevano alla velocità di 5 nodi in 34-36 ore, periodo in cui lo stabilimento consumava 24 container di materie prime e semilavorati, producendone altrettanti di prodotti finiti.

Può sembrare lenta una nave che fa 5 nodi, ma il consumo di carburante di una nave è proporzionale al CUBO della velocità; pertanto, raddoppiare la velocità significa moltiplicare il consumo per 8, triplicare la velocità significa moltiplicare il consumo per 27! Perciò gli armatori preferiscono grandi navi lente a piccole navi veloci, e per loro il modo più economico di raddoppiare la capacità di carico è raddoppiare il numero delle navi al raddoppiare la velocità di quelle che hanno già.

Una nave come l'aveva descritta Juno poteva scaricare a Bosa ad ogni viaggio le materie prime necessarie per tre giorni di lavoro (48 container), e riportare a Cagliari la produzione di quei tre giorni (sempre 48 container). Il periplo Cagliari-Bosa-Cagliari si svolgeva in quei tre giorni, quindi bastava in teoria una sola nave per fare tutto il lavoro - con soli 6 uomini di equipaggio, anziché 24 camionisti alla guida di 12 autoarticolati, ognuno dei quali faceva due volte per notte la spola tra Cagliari e Bosa.

Ma Juno i soldi li stava facendo, e decise di comprare due navi, chiamandole Yakhin e Bo'az, dal nome delle due colonne del Tempio di Gerusalemme [1 Re 7:21] - alternandole nel trasporto dei container tra lo stabilimento di Bosa ed il porto di Cagliari.

venerdì 26 gennaio 2018

Juno.00009.006 - Yggdrasill - 006


Una sera Juno Dejana suonò alla porta di Victor Basenji, il nuovo sindaco di Bosa, un uomo di colore che abitava in una casa a torre costruita nel XVII Secolo (ma da lui ristrutturata) di Corso Vittorio Emanuele.

Le aprì Mary, la moglie di Victor; Juno si presentò dicendo: “Sono un’amica di Yemoja Olokum, la ginecologa di suo marito; l’hanno chiamata in ospedale per un’emergenza, e perciò mi ha pregato di consegnare io questa busta a Victor”.

Mary le disse: “Ah, Juno! Ho molto sentito parlare di lei, e sono contenta per quello che ha fatto per le persone trans. Entri. Stiamo cenando – vuol favorire?”

“Veramente volevo solo consegnare la busta …”

“Juno, l’ospitalità africana è come quella sarda!”

Ovvero: solo il certificato medico ti permetterebbe di rifiutare un invito – e non sempre basta!

Juno allora salì le scale fino al primo piano – come nelle case antiche della città, il pianterreno fungeva da cantina (in altre case, da negozio), e la vita si svolgeva solo nei piani dal primo al sottotetto; la famiglia di Victor, con Mary ed i figli Joshua e Solomon, stava cenando al primo piano.

Victor si alzò, strinse la mano a Juno dicendole: “Sono contento di averla qui, anche perché ho un documento importante proprio per lei. Ora mangiamo, e poi parliamo di tutto questo”.

Juno si sedette tra i ragazzi – Joshua stava finendo le medie, Solomon frequentava il liceo ginnasio – e chiese loro: “Da grandi che pensate di fare?”

“Io il medico”, rispose Joshua, e Solomon disse: “Io l’ingegnere”.

“Gran belle professioni!”, disse Juno, che aggiunse: “Quand’ero più giovane facevo l’avvocata. Ora mi godo la pensione”.

“Non si direbbe”, disse Mary, “Lei ha un aspetto così giovanile!”

“Merito degli ormoni?”, chiese sfacciatamente Joshua, e Victor e Mary gli lanciarono un’occhiataccia.

Juno però pensò che questo tipo di curiosità andava domata, non soppressa, e provò a rispondere educatamente: “No, Joshua, sono una trans MtF, ma non ho mai preso ormoni. Il seno che continui a guardarmi l’ho creato con il lipofilling. Mi hanno preso il grasso dalla pancia e lo hanno messo sul petto. Come puoi vedere, ce n’era tanto”.

Tutti risero, ma Mary volle puntualizzare: “Joshua, una donna trans non vuole che le si facciano queste domande. Hai avuto fortuna che hai incontrato Juno, che ti ha preso in simpatia e non ha reagito male”.

Joshua avrebbe voluto ribattere, ma capì che non era il caso; Solomon chiese invece a Juno se la sua “unita civilmente” Rebecca avrebbe avuto bisogno di un ingegnere nel suo studio.

“Attualmente no”, rispose Juno, “Ma, se sei in Seconda Liceo, dovrai aspettare almeno cinque anni per la laurea breve. Potrebbero essere cambiate molte cose. Ora ti do un biglietto di visita della mia metà, così la potrai contattare”.

“Vede, Juno”, disse Mary, “Ho dei figli che non aspettano di avere la laurea per informarsi sulla loro futura professione”.

“No problem. Ma la sua professione qual è, signora Mary?”

“Curiosamente, sono una dantista. Una specialista di Dante Alighieri che sta traducendolo in yoruba, anzi nella lingua solenne in cui sono stati tramandati gli Odù Ifà”.

“Sorbole!”, disse Juno, “Yemoja mi ha spiegato qualcosa di questo corpus oracolare. Dev’essere un’impresa titanica!”

“Non facile. Ma voglio dimostrare che la nostra lingua non ha niente da invidiare a nessuno”.

“La capisco. Sono ebrea e so quanto hanno lavorato molti intellettuali ebrei a cavallo tra il XIX ed il XX Secolo per arricchire lo yiddish, l’ebraico, e pure l’esperanto, con traduzioni di capolavori letterari da tutte le lingue del mondo. Mazal tov! Buona fortuna!”

“La nostra lingua è già in uno stato migliore – ma renderla capace di esprimere le sfumature della Divina Commedia sarebbe il mio sogno. Ma può darmi del tu, se vuole”, rispose Mary, e Victor aggiunse: “Anche a me”.

“D’accordo, Victor; d’accordo, Mary”, rispose Juno.

Parlando parlando, avevano finito di mangiare, e Mary ordinò a Joshua e Solomon di sparecchiare e mettere i piatti in lavastoviglie. I ragazzi capirono che era una scusa per allontanarli dal salotto, in quanto i loro genitori volevano parlare di cose riservate – e dopo aver ripulito la tavola, salirono nelle loro camere a studiare.

Victor aprì la busta di Yemoja, e disse: “Mary, mi sa che ho sbagliato a mangiare il tuo squisito stufato. L’appuntamento col chirurgo è domattina, e forse avrebbe preferito che digiunassi già da stasera”.

“Non credo”, disse Juno, “Altrimenti Yemoja ti avrebbe telefonato”.

“Però devo astenermi dal caffè”, rispose Victor, “Juno, mi spiace, lo devi bere da sola”.

“E sia”, disse Juno, “Ma non mi avevi detto che avevi un documento importante per me?”

“Hai ragione”, disse Victor, prima di alzarsi, prenderlo e porgerlo a Juno.

Juno cominciò a guardarlo e disse: “Sbaglio, o è una bozza di delibera?”

“Esatto. L’industria farmaceutica che Yemoja e la tua unita civilmente Rebecca vogliono costruire a Bosa può sorgere, con le precauzioni e limitazioni lì descritte”.

Juno esaminò attentamente il documento e disse: “Ok, possiamo erigerla dove abbiamo chiesto, e ci avete pure permesso di costruire un dissalatore”.

“O meglio”, puntualizzò Victor, “Prima il dissalatore, poi lo stabilimento. Sapete benissimo che Abbanoa, l’ente sardo di acquedotti, fognature e depurazione, lesina l’acqua alla città di Bosa, non riesce ad impedire che la tubazione dell’acquedotto si rompa più volte l’anno (ed ogni volta ci vogliono più giorni per la riparazione), e non voglio che i cittadini dicano che il vostro stabilimento li asseta”.

“Nemmeno noi, signor sindaco”, rispose Juno, e Victor continuò: “Leggi attentamente le produzioni che consentiamo”.

“Vedo, vedo”, rispose Juno, “Tu consenti che noi produciamo i farmaci che consentono di trasformare la placenta di ogni bambino in un albero da frutto (fotosintetico) che, piantato in terra, lo nutrirà per tutta la vita; consenti che produciamo placente arborizzate capaci di nutrire più persone – imparentate tra loro, oppure designate grazie all’ingegneria genetica – a partire da cellule staminali; non ci consenti però di dotare codeste placente arborizzate di uteri artificiali”.

“Allora”, spiegò Victor, “Sai che sono un conservatore e, dalle tue dichiarazioni pubbliche, credo che tu sia una socialdemocratica. Ma conservatore non vuol dire crudele, e mi ha sempre affascinato il versetto biblico di Michea 4:4: ‘Potranno sedersi ciascuno sotto la sua vite e sotto il suo fico, senza che nessuno li spaventi (…)’”.

“Piace molto anche a me”, disse Juno, e Victor riprese: “Ecco, le vostre placente arborizzate sembrano proprio la realizzazione del sogno di Michea. Certo, praticate prezzi un po’ alti: con 10 mila Euro, il prezzo di una placenta arborizzata per una singola persona, uno potrebbe far la spesa per oltre 13 anni!”

“Beh, la speranza di vita in Italia è di 85 anni per le donne, quasi 81 per gli uomini. Non è mica un cattivo affare!”, ribattè Juno, “E le versioni familiari e collettive hanno un rapporto qualità-prezzo migliore!”

“Certo – la placenta che può nutrire 120 persone, designabili inserendone il codice genetico, costa 450 mila Euro – ovvero 3.750 Euro a persona, che divisi per la sua speranza di vita fanno meno di 4 Euro a testa al mese!”, disse Victor, “Significa che il comune di Bosa, pur anticipando una bella somma, potrebbe nutrire i suoi poveri ad un prezzo irrisorio e con meno complicazioni burocratiche di adesso – ogni anno dovrebbe solo aggiornare l’elenco dei beneficiari, e ci penserebbe la placenta arborizzata poi a concedere e negare i suoi frutti a chi ne ha diritto o meno!”

“Non immaginavo che un sindaco conservatore parlasse così!”, disse Juno, e Mary spiegò: “Victor è un ammiratore di Friedrich August von Hayek, l’ispiratore del pensiero liberale moderno, e sostenitore, tra l’altro, del reddito di cittadinanza. A lui va bene prendersi cura dei poveri – vorrebbe però farlo nel modo meno costoso e meno burocratico possibile”.

Juno ci pensò un attimo e disse: “Da giovane, quando vivevo ancora da uomo, lavoravo in una banca multinazionale - ed ho imparato che, quando c’è una grossa spesa iniziale, ed un guadagno od un risparmio diluiti nel tempo, qualcuno cerca una forma di credito per diluire anche la spesa …”

“Mary, Juno sta cominciando a parlare la mia lingua!”, disse Victor; Mary sorrise, ed anche Juno, che riprese: “Scommetto che se noi concedessimo la placentona collettiva da 120 persone in leasing, in modo che il Comune di Bosa la pagasse che so, 600 Euro al mese, cioè 5 Euro a testa al mese e per beneficiario …”

“… Farei votare la delibera anche dagli assessori defunti, non solo da quelli in carica, anche a costo di evocare i marchesi Malaspina che nel 1100-1200 hanno costruito il castello che domina Bosa!”, rispose pronto Victor.

“Non scherzare, Victor”, disse Juno, “Perché di elettori che hanno votato dalla tomba in Italia ce n’è già stati. Diciamo che potremmo pensare ad una cosa del genere, se riusciamo a convincere una banca a mediare il leasing – pagandoci la placenta sull’unghia e concedendovela in leasing”.

“Lo sai che non è un problema, nemmeno in Sardegna”, rispose Victor, “E questo renderebbe più facile al mio elettorato accettare una cosa che in campagna elettorale ho sempre avversato”.

“Resta il problema degli uteri artificiali”, disse Juno, e Victor rispose: “Io ti capisco, anche perché so che hai due figlie intersessuali, con la Sindrome di Morris, ovvero di Completa Insensibilità agli Androgeni, e quindi prive di utero, ma il mio elettorato non digerirebbe l’idea di una gravidanza extracorporea”.

“Sono con te, Juno”, disse Mary, “Non ha senso opporsi ad un utero artificiale e poi ricorrere ad un’incubatrice per i bambini prematuri. E mi pare molto meglio usare l’utero annesso alla propria placenta personale del ricorrere alla gestazione per altri”.

“Grazie, Mary”, disse Juno, “Ma i vostri elettori a questo sono sordi”.

“Senti”, disse Victor, “Io sono riuscito a rimuovere dal programma elettorale originario tutti i riferimenti xenofobici ed omo-bi-transfobici. Solo mia moglie, i nostri figli [Juno trasalì], Yemoja e tu sapete che sono un trans, ma sono riuscito a spiegare che le persone di colore non sono inferiori alle bianche, che i mussulmani non sono peggiori dei cristiani, e che il matrimonio egualitario non ha fatto alcun danno. Credo di aver fatto già tanto”.

Mary chiese: “Tra l’altro, sbaglio o nel campo degli uteri artificiali siete ancora indietro?”

“Vero”, rispose Juno, “I farmaci per arborizzare le placente sono pronti per la produzione industriale, ma gli uteri artificiali li stiamo ancora sperimentando sui roditori, che hanno una placenta simile a quella umana. Ci vorranno ancora alcuni anni”.

“Oh, brava!”, disse Victor, “Vi consiglio di continuare la sperimentazione con discrezione, e quando saranno pronti, ricorrete agli argomenti di Mary per convincere l’opinione pubblica”.

Juno pensò un attimo e disse: “Tutto quello che proponi mi piace. Ne parlo con la mia ‘unita civilmente’, e dopo la convalescenza ne discutiamo. Intanto chiediamo al consorzio di banche che ci finanzia di suggerirci una società di leasing. In gamba e … a menzus biere!”

“A menzus biere!”, rispose Victor con un ottimo accento sardo.

Mary accompagnò Juno alla porta, ma questa non seppe rinunciare a chiederle: “Victor ha detto che Joshua e Solomon sono vostri figli”, e Mary precisò: “Lui ha riconosciuto i figli, ma mi ha fecondato il fratello di lui – con il metodo Saffron”.

“Cioè mettendo il suo sperma in una siringa. Grazie e scusa la mia indebita curiosità”, disse Juno.

Il mattino dopo, all’alba, Victor fu portato dalla moglie al reparto di ginecologia dell’ospedale di Bosa, dove lo avrebbero operato di endometriosi – una forma alquanto grave in cui l’endometrio si era diffuso in gran parte della cavità addominale, e che richiedeva isterectomia e “curettage”.

Non avendo egli mai avuto gravidanze, assunto contraccettivi orali, né subìto terapia ormonale sostitutiva, l’endometriosi non era stata mai bloccata – solo Yemoja, durante la campagna elettorale, gli aveva prescritto dei contraccettivi per rimandare l’operazione a dopo l’insediamento della giunta.

L’ospedale fece il possibile per mantenere la privacy di Victor – ricoverandolo in una stanza singola - ma Bosa ha meno di 8 mila abitanti, e gli oppositori da destra di Victor stamparono un volantino dal titolo: “Ginecologia ‘gender’ a Bosa?!?”, in cui era riprodotta una foto di Victor che entrava in lettiga dentro il reparto di ginecologia.

La direzione ospedaliera reagì con un laconico comunicato in cui si confermava che all’ospedale “Mastino” di Bosa ogni persona era indirizzata al reparto più adatto a lei, rifiutandosi di approfondire il singolo caso.

Victor tacque durante la convalescenza, e poi tenne questo discorso:

“Popolo di Bosa, io credo in voi e credo nel nostro ospedale, tant’è vero che, quando ho dovuto subire un delicato intervento, mi sono fatto ricoverare lì, per dimostrare che rintuzzerò sempre tutti i ricorrenti tentativi della Regione Sardegna di chiuderlo.

Sono un conservatore, ma non c’è modo di organizzare un mercato efficiente delle prestazioni sanitarie, e per questo la sanità privata costerà sempre più di quella pubblica – devo favorire perciò quest’ultima.

Alcune persone si sono stupite del fatto che io fossi ricoverato in ginecologia; ma può capitare che un uomo abbia le malattie di una donna, e che un reparto per signore sia il più adatto a curarle.

Ho pagato di tasca mia il privilegio di stare in una stanza singola come dozzinante, ma per tutto il resto sono stato trattato come un qualsiasi paziente. L’ospedale si è dimostrato bene attrezzato, ma ho notato che alcune cose si possono migliorare, e ne parlerò con l'ATS Sardegna (l'unica ASL dell'isola) nel mio prossimo viaggio a Cagliari.

A chi ha voluto angariare i miei familiari (perché li ringrazio per non avermi voluto turbare con questa pinzillacchera, per dirla con il grande Totò) con una fuga di notizie, ricordo che nemmeno in guerra è permesso attaccare il nemico ricoverato in ospedale.

Quello che hanno fatto li squalifica da ogni punto di vista, ed immagino che nessun cittadino vorrà mai affidare loro la cosa pubblica ed i dati sensibili che custodisce.

Di me non ho altro da dire; dopodomani la giunta comincerà ad attuare il programma concordato, con un’importante modifica: poiché i promotori dello stabilimento farmaceutico ‘Arbor Vitae’ hanno risposto in modo convincente alle nostre perplessità su ciò che sarebbe stato prodotto, sull’approvvigionamento dell’acqua e sull’impatto ambientale complessivo, verrà consentita la costruzione dello stabilimento.

Si prevedono 800 occupati a regime che andranno dal ricercatore addottorato al tecnico specializzato – molti di loro saranno nostri concittadini, e gli altri porteranno il loro sapere da tutto il mondo.

Per una città come la nostra è una manna, e spero che tutti apprezzino quest’opportunità – scoprirete che anche i diseredati tra noi ne trarranno profitto.

A dopodomani!”

[Fine]

giovedì 25 gennaio 2018

Juno.00009.005 - Yggdrasill - 005


Le cure di Yemoja si dimostrarono efficaci, e Victor riuscì a condurre una campagna elettorale serrata, mentre la sua avversaria Carmela Puggioni si rendeva sempre più impopolare inserendo nel suo programma le posizioni dell'Arcilesbica.

Il primo errore fu quando promise un'ordinanza contro il sesso a pagamento nel comune di Bosa; Victor ebbe buon gioco a dire che nella cittadina non si ricordava problema alcuno legato alle lavoratrici ed ai lavoratori del sesso, e che da sindaco avrebbe avuto altro da fare che emanare soluzioni in cerca di problemi.

Un secondo errore fu quello di far coincidere il suo femminismo con la transfobia - lei perse molti voti, mentre Victor prima cercò di evitare l'argomento, poi, messo una volta alle strette, rispose: "L'identità di genere non è solo un costrutto sociologico, in quanto ha una base neurale. Se codesta base neurale contraddice le caratteristiche più visibili del corpo, diamo retta a queste ultime? In tutti i paesi civili ci si è resi conto che fare così serve solo a rendere le persone infelici e non giova affatto alla società. La mia avversaria ragiona in modo non solo illiberale, ma pure insensato".

Un terzo errore fu quando promise che avrebbe riveduto le tariffe degli asili comunali, in modo da far pagare la retta più alta ai figli della GPA, come "provvedimento dissuasivo". Victor si trovò prima ad affrontare i suoi sostenitori più conservatori, che avrebbero voluto che fosse stato Victor a dire una cosa del genere, e poi a spiegare agli elettori perché Carmela stava promettendo una solenne sciocchezza.

"Concittadini di Bosa", egli disse in un comizio, "Sapete benissimo che non sono nato nella vostra terra, ma quando sono venuto a vivere da voi ho cercato di conoscerla al meglio; ed uno dei principi fondamentali del codice morale, anzi, dell'ordinamento giuridico consuetudinario a cui i vostri nonni, così come i miei, si attenevano, è che 'l'innocente non deve piangere mai'.

La vostra concittadina ha deciso di violare questo codice, promettendo che dei bambini saranno puniti per le colpe dei genitori.

E come farà ad accertare che loro sono figli della colpa? Ricorrerà ad un'agenzia investigativa? Pagherà degli hacker perché violino i computer degli enti che possono esserne al corrente? Esigerà dei test genetici? E se questi dimostrano che almeno uno dei genitori legali non è genitore biologico del figlio, che farà? Costringerà le famiglie a rivelare di avere adottato il figlio prima che il bambino sia pronto per saperlo? Costringerà dei coniugi riappacificatisi da anni a riaprire la ferita di un adulterio, che comunque non li ha portati al divorzio - tanto di cappello per loro?

La mia avversaria non sta usando la campagna elettorale per proporre un programma di governo della città, la sta usando come megafono per declamare posizioni ideologiche che non hanno alcuna possibilità di essere messe in atto - e per fortuna, perché renderebbero la vita impossibile a molte persone".

Yemoja e Rebecca scoprirono poi con orrore che Carmela Puggioni aveva in mente la chiusura della banca dello sperma Aspermer - glielo disse una dattilografa della sua segreteria.

Provarono ad incontrare Carmela, e le dissero: "Sappiamo che lei è d'accordo per la costruzione del nostro stabilimento farmaceutico ..."

"Certo. La produzione è lodevole, e questa città ha bisogno di occupazione", rispose Carmela.

Con loro era venuta Juno, che però era piuttosto arrabbiata, ed aveva deciso di stanarla.

Anziché indossare i soliti pantaloni larghi, aveva deciso di indossare una minigonna rosa con le calze autoreggenti a rete bianche - poiché da un po' di tempo aveva sospeso le sedute epilatorie con il laser (purtroppo, l'effetto non è permanente), il risultato estetico era semplicemente catastrofico; aveva aggiunto una maglia così scollata che Rebecca si era permessa di dire alla mogliettina, mentre si recavano da Carmela: "Tesoro, ho paura degli scippatori. Ti spiace se nascondo il mio zaino Invicta tra le tue tette?" (per rispondere a tono Juno disse: "Lega una gomena da nave allo zaino, altrimenti si perde lì in mezzo ed occorre chiamare i carabinieri subacquei per ritrovarlo!").

Avendo già assunto l'aspetto più trans provocatorio possibile, Juno chiese a Carmela: "Potrà continuare ad operare la mia Aspermer Sperm Bank? È l'unica che io conosca che consenta alle persone con disabilità e neurodiverse di riprodursi, e ci piacerebbe anche stipulare un accordo con LoveGiver per reclutare delle e degli assistenti sessuali per i nostri clienti. Riprodursi è una gran cosa, ma anche la sessualità è importante per una persona".

Come previsto, Carmela sbottò dicendo: "Lei si dovrebbe vergognare a fare queste cose! Non le basta essersi ridotto ad un pagliaccio con le tette artificiali a cui bastano poche settimane di sospensione del trattamento laser per diventare peloso come un orso ..."

Rebecca difese Juno: "Capita anche alle donne cis, Carmela. Non dire a Juno quello che non diresti ad un'altra donna - e certo non diresti ad un uomo".

Carmela continuò la sua filippica: "E cosa vuole fare con la sua banca dello sperma? Generare tante persone come lei? E non contento di quest'abominio, la generazione extracorporea, vuole creare il primo bordello della storia di Bosa?"

Juno pacatamente rispose: "Lo stabilimento farmaceutico e la banca dello sperma fanno parte del medesimo progetto. Se chiude la banca dello sperma, lo stabilimento farmaceutico lei lo vedrà col binocolo, perché lo costruiremo altrove ..."

Rebecca interruppe Juno per bisbigliarle qualcosa all'orecchio, Juno bisbigliò qualcosa a sua volta, e Rebecca disse poi rivolta a Carmela: "Mia moglie non aveva alcuna intenzione di portare LoveGiver dentro la banca dello sperma, anche se è d'accordo con l'iniziativa. Lo ha detto solo per provocarla, e lei ha fallito la prova".

Yemoja disse: "Un politico che non sa rispondere alle provocazioni è come un marinaio che non sa veleggiare controvento. È strano che un'Aspie come Juno vi ricorra, ma a quanto pare era necessario".

Rebecca concluse: "Andiamocene. Victor ha ragione: Carmela non vuole governare questa città, ma solo proclamare un Verbo di pessima qualità".

Una volta fuori Rebecca disse a Juno: "Sei stata pesante. Quando hai detto che volevi stringere l'accordo con Lovegiver ci ho creduto anch'io per un attimo - poi mi sono resa conto che non poteva essere vero".

"Sarebbe bello che ci fosse anche qui quest'iniziativa", rispose Juno, "Ma è già abbastanza complicato gestire la riproduzione di persone con disabilità, preferisco che della loro sessualità si occupino altre persone. La mia religione - l'ebraismo - consente questa separazione tra sessualità e riproduzione".

Le tre donne riferirono a tutte le persone che incontravano, ed in tutti i social, del colloquio avuto con Carmela (non era mica riservato!), ed il risultato fu che alle elezioni Victor Basenji fece cappotto.

mercoledì 27 dicembre 2017

Juno.00009.004 - Yggdrasill - 004


Qualche giorno dopo, Yemoja si trovò nello studio un signore di nome Victor Basenji.

"In che posso esserle utile?", gli chiese, stupita che un uomo si rivolgesse ad una ginecologa, e Victor rispose: "Può eseguirmi subito una visita ginecologica?"

Yemoja si stupì della richiesta, ma diede una rapida occhiata al petto, ai fianchi, al cavallo dei pantaloni, ed al mento, e si disse: "Potrebbe essere un trans FtM. In ogni caso, trema come una foglia, odora di sangue ... mestruale, e devo aiutarlo".

La visita confermò il sospetto, Yemoja eseguì un'ecografia pelvica e disse: "Signor Basenji, lei ha mai ricevuto una terapia ormonale sostitutiva?"

"No", rispose Victor, "Dopo che mi hanno asportato ambo le mammelle per un cancro ho cominciato a vivere da uomo e questo è bastato per autorizzare il giudice a farmi transizionare".

"Ecco", disse Yemoja, "l'ecografia fa pensare che lei abbia una seria forma di endometriosi, e questo spiega anche i suoi sintomi. Io le prescriverei dei contraccettivi orali, per bloccare il ciclo mestruale per alcuni mesi - ma temo che la sua forma sia tanto grave da richiedere infine l'isterectomia ed il 'curettage' della cavità addominale".

"Uhi!"

"Lo so", disse Yemoja, "Mi spiace darle questa notizia. Ammetto che passerei direttamente al bisturi".

"Non si possono prendere per qualche mese i contraccettivi e poi prendere appuntamento con il chirurgo?"

"Signor Basenji, mi pare che la sua situazione sia abbastanza seria".

"Ma ho una campagna elettorale da condurre!", rispose Victor.

"Campagna elettorale?", chiese stupita Yemoja, e Victor rispose: "Sono il candidato sindaco della Lista Azzurra per la città di Bosa! Non lo sapeva?"

"Ammetto di no, anche perché penso che voterò per la Lista Rossa", rispose Yemoja.

"Beh, spero che non voglia farmi perdere con mezzi sleali!", rispose scherzando Victor.

Yemoja sorrise e disse: "Calma, come medico è mio dovere aiutarla, come cittadina è mio dovere fare in modo che la competizione elettorale si svolga lealmente. Dopo l'operazione lei sarà certo in grado di fare il sindaco, se vince; prima lei dovrà stare molto attento, anche se gli ormoni le daranno un po' di respiro".

"Le elezioni sono fra tre mesi - quattro mesi di tregua me li può concedere?"

"Ci possiamo provare", disse Yemoja, "Ma le consiglierei di prepararsi all'eventualità di andare in ospedale prima del previsto. Un vice capace ce l'ha?"

"Per chi mi ha preso?", rispose Victor, "Certo, abbiamo in lista tutte persone di vaglia, non c'è pericolo che l'amministrazione rimanga paralizzata se mi devo assentare per malattia!"

"Allora, lei ha mai preso la pillola contraccettiva?", chiese Yemoja, e Victor rispose: "No".

"Ha mai avuto allergie od intolleranze a farmaci?"

"No", rispose Victor, Yemoja compilò la ricetta per la pillola, e l'impegnativa per ulteriori esami, e disse a Victor: "L'ecografia gliel'ho fatta io perché avevo l'apparecchio e so interpretare le sue immagini; la risonanza magnetica se la deve purtroppo far fare ad Oristano, od in altre località sarde. Questa pillola di solito è efficace nei casi di endometriosi, ma ci vediamo fra un mese per vedere se sta funzionando od occorre cambiarla".

"Grazie. Quanto le devo?"

"Le presenterà il conto la segretaria. Buona giornata, e vinca il migliore!"

La sera, Yemoja confidò alla moglie Xiuhe, ginecologa anche lei, che cosa era successo, e Xiuhe disse: "Non sapevo che Victor Basenji fosse trans. Sapevo che era uno dei tanti cittadini britannici che era riuscito a comprare una bella casa a Bosa nei primi anni del millennio, e si vede che ha ottenuto la cittadinanza italiana ed ha deciso di entrare in politica".

"Che ne pensi?", chiese Yemoja, e Xiuhe disse: "Avrei preferito un trans che facesse il militante per un partito di sinistra, anziché uno 'stealth' che si candida per una lista conservatrice. Però vedo che la Lista Azzurra si astiene dalla retorica xenofoba ed omofoba di molte liste conservatrici".

"Pensi che lo sappiano che Victor è trans?", chiese Yemoja, e Xiuhe rispose: "Da quello che sono riuscita a sapere, lui si chiamava già 'Victor' ed era anagraficamente maschio quando si è stabilito a Bosa nel 2002; ha vissuto per anni come traduttore ed insegnante di inglese, anche se il suo accento africano lo svantaggia alquanto, e Giovanna gli ha qualche volta chiesto di fare da interprete quando ha avuto a che fare con persone di origine nigeriana che parlavano un italiano improbabile ed un inglese appena migliore".

"Potremmo considerarlo la versione nera di David Cameron", osservò Yemoja, "familista, ma abbastanza accorto da non avere una sola definizione di famiglia, e contrario alle forme più evidenti di razzismo".

"Magari diventa davvero sindaco della città", disse Xiuhe, "visto che ha un nome beneaugurante".

"Victor = vincitore?"

"No", rispose Xiuhe, "Forse non sai che gli ultimi sindaci della città di Bosa avevano per cognome il nome di una razza di cani. Erano brave persone, anche se non sempre ne condividevo il programma, e se Victor diventa sindaco, perpetua la tradizione, perché 'Basenji' è il nome di una razza di cani africana!"

Yemoja rise, e Xiuhe aggiunse: "Tra l'altro, Victor è sposato con una donna di nome Mary, anche lei di origine nigeriana ma anche cittadina britannica ed italiana".

"La conosci bene? È una tua paziente?"

"Sì. Una donna colta ed energica. Se suo marito diventa sindaco, avremo l'equivalente di Michelle Obama e Raissa Gorbaciova sulle rive del Temo".

"Stai facendo campagna elettorale per Victor?", chiese Yemoja, e Xiuhe disse: "No, perché poi me la negheresti fino alla proclamazione dei risultati. Faccio però notare che, se vogliamo questo stabilimento di farmaci e macchine per l'arborizzazione delle placente qui a Bosa, ci conviene convincere ambo i contendenti, non solo la Lista Rossa, che sarebbe un bene per la città e per tutti. Forse è possibile convincere anche la Lista Azzurra a sostenerci".

"E se non ci riusciamo e la Lista Azzurra vince?", chiese Yemoja, e Xiuhe rispose: "L'hai detto tu stessa che Bosa non è insostituibile, anzi, altrove non saremo costretti a dissalare l'acqua di mare (perché la fornitura d'acqua potabile a Bosa è appena sufficiente, e per giunta non affidabile, perché la condotta che rifornisce la città continua a rompersi - tutti gli abitanti di Bosa che se lo potevano permettere hanno installato un'autoclave). Se il nuovo sindaco non sente ragioni, lo salutiamo".

lunedì 25 dicembre 2017

Juno.00009.003 - Yggdrasill - 003


Il colloquio con le nipoti convinse Xiuhe a convocare un consulto di famiglia per decidere che obbiettivi perseguire sfruttando il processo di arborizzazione delle placente che avevano messo a punto.

"Quello che ti hanno chiesto Edna ed Ester", disse Juno, "Mi pare ragionevole; pensi che sarà possibile modificare le placente esistenti in modo da dotarle di un utero artificiale?"

"Certo", rispose Xiuhe, "E penso che prima ancora riusciremo a produrre gli ovuli o gli spermatozoi di Edna ed Ester, permettendo loro di diventare padri o madri, a scelta".

"Bene", disse Yemoja, "Ma credo che il motivo per cui Xiuhe abbia convocato il consiglio di famiglia sia un altro. Spiegacelo".

"In sostanza", disse Xiuhe, "Dobbiamo decidere la politica dei prezzi. Se vogliamo diventare ricche, possiamo imporre un prezzo; se vogliamo diventare benefattrici dell'umanità, un altro".

Juno avvertì: "Non sappiamo ancora se queste placente arborizzate possano avere effetti nocivi sulle persone o sull'ambiente. La politica dei prezzi deve consentirci un'adeguata copertura assicurativa".

Giaele ribattè: "L'assicurazione non è la risposta. Possiamo ormai dire che danni evidenti a breve termine queste placente non ne provocano - quelli che dobbiamo temere sono gravi danni a lungo termine, che sbancherebbero tutte le assicurazioni del mondo. La risposta è un'attenta sperimentazione pluriennale prima dell'immissione in commercio".

Yemoja disse: "Alcuni condomini hanno appartamenti di diverse taglie - chi affitta o compra un appartamento grande lo paga più di quello che vale, per sussidiare l'affitto o l'acquisto degli appartamenti più piccoli".

"Capita soprattutto nei 'cohousing'", osservò Hera, che aggiunse: "Come vuoi applicare questo modello alle nostre placente?"

"Lo applicherei al contrario: supposto che una placenta individuale costi 10 mila Euro, una placenta familiare che può nutrire 12 persone la farei pagare 90 mila Euro; una placenta collettiva che può nutrire 120 persone (anche non imparentate, ma selezionate secondo regole che il titolare può stabilire), 450 mila Euro. Questo per i modelli senza utero".

"Una specie di tariffa a scalare", disse Juno, "e l'idea tua è che le placente vengano vendute anziché affittate".

"Solo per quelle collettive potrebbe aver senso l'affitto anziché la vendita", osservò Juno, "Le altre sono troppo legate ad una persona o famiglia".

"Pensi che questi prezzi coprano i costi?", chiese Giaele a Juno, ma fu Rebecca a rispondere: "Se si parte dalla placenta del titolare, sono addirittura un furto; se si parte dalle cellule staminali, li coprono appena. Bisognerà differenziare".

Hera chiese: "Sembra che nelle linee generali siamo d'accordo. Sbaglio, Xiuhe, o tu e Rebecca state progettando un grande stabilimento per queste placente?"

Xiuhe corresse: "Lo stabilimento produrrà da una parte i farmaci che permetteranno ad una placenta di arborizzarsi e trasformarsi in individuale o familiare, dall'altra ospiterà i macchinari che permetteranno di sviluppare placente individuali, familiari e collettive a partire da cellule staminali. Le placente collettive deriveranno solo dalle cellule staminali".

"Abbiamo i finanziamenti per questo?", insistè Hera, e Juno rispose: "Un consorzio di banche d'affari ci ha detto: 'Il giorno in cui avrete l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio apriamo i cordoni della borsa'".

"Dimentichi una cosa", osservò Debora, "Occorrono tutte le licenze ed autorizzazioni per la costruzione dello stabilimento. E molto dipende dalle prossime elezioni comunali".

"Già", osservò Yemoja, "Perché delle liste in lizza, una è favorevole e l'altra contraria a questo stabilimento".

"Come mai?", chiese Xiuhe, ed Hera rispose: "I contrari vedono nelle placente arborizzate uno snaturamento dell'umanità", e Juno polemica disse: "Uno snaturamento che riduce l'impronta ambientale di ogni essere umano".

giovedì 7 dicembre 2017

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Mentre Yemoja riusciva infine a far produrre la bambagia del cotone alle placente arborizzate, Xiuhe le diede una magnifica notizia: su consiglio di Juno, aveva presentato la domanda di brevetto farmaceutico dell'arborizzazione delle placente dei neonati, della loro rigenerazione dalle cellule staminali del titolare, e della "cessione" delle medesime ad altro titolare.

Un brevetto farmaceutico dura dai 20 ai 25 anni (l'estensione si ha se l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio viene concessa dopo oltre 5 anni dalla domanda) - questo significava che, anche a far pagare un prezzo ragionevole ("ragionevole" tenuto conto che queste placente arborizzate avrebbero consentito al titolare di vivere di rendita per tutta la vita, pagando solo la risibile IMU sui 16 mq di terreno agricolo su cui essa era piantata - il contante se lo sarebbe potuto procurare vendendo la seta od il cotone placentari da filare) il trattamento, Casa Dejana sarebbe diventata in quei 25 anni più ricca della Apple!

Mentre Yemoja (in quanto medico) e Rebecca (in quanto ingegnere) progettavano lo stabilimento per produrre tutto il necessario per l'arborizzazione, Edna ed Ester, le figlie siamesi di Hera, posero a Xiuhe quest'interrogativo:

"Noi abbiamo la Sindrome da Insensibilità Completa agli Androgeni, detta anche Sindrome di Morris, giusto?"

"Ve l'abbiamo spiegato da quand'eravate bambine", rispose Xiuhe, e le ragazze ripresero: "Ci avete detto che siamo anche sterili, vero?"

"Purtroppo sì", spiegò Xiuhe, "Il cromosoma Y che avete è stato sufficiente a trasformare le gonadi originarie in testicoli, ma poiché anche tali testicoli sono insensibili agli androgeni che essi stessi producono, essi non sono capaci di completare la spermatogenesi".

"Mah", osservò Edna, "Siete riuscite a fare delle complesse placente arborizzate con le cellule staminali dei bambini; non è che riuscite a crearci degli spermatozoi con le nostre?"

Xiuhe fu colta di sorpresa e rispose: "In teoria è possibile, e potremmo creare anche degli ovuli, da fecondare o fecondati - dovreste però procurarvi una donna disposta a portare avanti una gestazione per voi".

Ester disse: "Un utero artificiale, magari all'interno di una placenta arborizzata, non riuscite a crearlo?"

Xiuhe rispose: "Avete deciso di farci diventare ricche sfondate! Lo sapete quante donne vorrebbero delegare la gravidanza ad un altro essere?"

"Per non parlare della possibilità di salvare il feto se la madre si ammala od ha un grave incidente", osservarono le figlie siamesi di Hera.

mercoledì 29 novembre 2017

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[Inizio]

Le placente fotosintetiche erano una grande invenzione, ma nella versione umana si rivelarono assai fragili - per fortuna Yemoja e Xiuhe conservavano le cellule staminali di ognuna di esse nei refrigeratori della Banca dello Sperma Aspermer, e così fu loro possibile ripiantarle più volte finché, dopo cinque anni di tentativi, fu trovato il modo di farle maturare ed irrobustire fino a resistere e prosperare anche con il vento di maestrale che spesso flagella Bosa e la Planargia.

I debiti della famiglia Dejana erano stati tutti pagati, e Juno ed Hera erano riuscite a mettere a punto delle ricette con la linfa delle placente fotosintetiche, che veniva trattata in modo simile al latte di soia.

Originariamente, una placenta fotosintetica doveva nutrire solo il titolare ed i suoi parenti stretti, che dovevano succhiarne la linfa da dei "capezzoli" che la placenta produceva spontaneamente; ma Yemoja e Xiuhe ritennero indispensabile modificare la selettività delle placente.

Dopo mesi di tentativi, riuscirono a fare in modo che la placenta nutrisse ogni essere umano che si accostasse ad essa, disinfettando inoltre i capezzoli con potenti antisettici - per cui era ora possibile piantare codeste placente nei terreni abbandonati e lungo le coste, per nutrire le persone senza lavoro e senza casa, autoctone ed immigrate.

Non era lo scopo per cui erano nate queste placente, ma non si poteva aspettare che tutti avessero dei figli la cui placenta (conservata al momento del parto, oppure ricreata con le cellule staminali) fosse resa fotosintetica per far sparire la fame nel mondo - chi non aveva altro modo per sfamarsi andava comunque aiutato.

In compenso, Yemoja e Xiuhe riuscirono a stabilire un rapporto particolarmente intimo tra le placente ed i loro titolari: la placenta produceva dei tralci che cercavano spontaneamente l'ombelico del titolare, vi si connettevano, e riattivavano i vasi ombelicali, per inserire le sostanze nutritive direttamente nel suo circolo sanguigno.

Era un modo semplice e gradevole di nutrire il titolare, ma ci volevano dieci ore per saziarlo così; Rachele imparò presto a fare i compiti con il tralcio collegato al suo ombelico, ed a giocare con le amiche - anche se l'insorgere della pubertà la convinse a condividere la linfa della sua placenta anche con i ragazzi da cui si lasciava corteggiare.

La placenta resisteva al freddo (ma raramente a Bosa la temperatura scende sotto zero), ma Rachele rischiava ogni volta di ammalarsi, ed allora Rebecca si mise a progettare una nuova Casa Dejana: un intero isolato, a forma di chiostro di convento, con appartamenti e negozi da affittare per pagare i debiti per la costruzione, ed il cortile interno che era riservato alle placente fotosintetiche dei residenti - sotto il cortile c'era il parcheggio sotterraneo.

L'idea piacque, le banche la finanziarono, ma Yemoja chiese un paio di modifiche al progetto originale: far passare sotto le strade intorno all'isolato dei tubi simili a quelli di scolo, ma pieni di terra, per collegare la terra del cortile interno con quella dei campi vicini; e mettere delle fioriere al limite tra il porticato (di proprietà privata) ed il marciapiede (di proprietà pubblica) in cui far crescere altre placente fotosintetiche - a beneficio dei gatti e dei poveri.

Quest'ultimo dettaglio fu contestatissimo nel consiglio comunale, che temeva un'invasione di sfaccendati senza tetto, ma Yemoja argomentò che diverse altre città in Italia e nel mondo avevano deciso di piantare nei parchi pubblici alberi da frutto e non solo piante ornamentali, e questo aveva aiutato i poveri che c'erano già in città, senza attirarne altri.

Il progetto fu alla fine approvato - il vantaggio principale del nuovo palazzo era che con la sua forma riusciva a proteggere le placente dai venti e dalle temperature estreme, e Rebecca progettò pure delle tende che permettevano di nutrirsi per via transombelicale riparati dalla pioggia e dal vento, pur sedendo vicini alla propria placenta.

Queste tende non servirono solo per fare i compiti - la tenda permise a Rachele di esplorare l'intimità fisica con i ragazzi, senza essere vista, ma vicino a casa, e con la possibilità di chiedere aiuto se qualcosa non funzionava.

Poco ci mancò che Juno, Rebecca e Dina non decidessero di affittare il loro appartamento, per vivere tutto l'anno in tenda. Yemoja era riuscita anche a trovare il modo di cambiare il titolare di ogni placenta creata con cellule staminali (quella conservata dopo il parto non poteva essere "ceduta"), per cui anche Juno e Rebecca, Debora e Giovanna, riuscirono ad avere la loro placenta capace di nutrirle per via transombelicale.

Il naturismo si era tanto diffuso a Bosa, grazie agli sforzi ultradecennali di Juno, che fu possibile riempire il palazzo di inquilini, negozianti e professionisti anche se nel contratto di affitto era pretesa la "clothing optionality", ovvero era vietato protestare perché c'erano persone nude nelle parti aperte al pubblico del palazzo - andavano considerate un fatto della vita come il sole e la luna.

Ulteriore modifica genetica diede la possibilità alle placente di scaldare d'inverno e rinfrescare d'estate - per cui ora era davvero possibile concepire una vita da trascorrere in una tenda stesa tra le placente fotosintetiche dei membri della famiglia.

Rebecca tenne anche un congresso scientifico su questa possibilità, mostrando che, se da una parte diventava piuttosto complicato costruire palazzi a più piani (sarebbe stato necessario costruire dei giardini pensili, con una luce di almeno 16 metri tra un piano e l'altro, perché questa era l'altezza massima delle placente arborizzate), dall'altra diminuiva il consumo di suolo, perché i 16 metri quadrati a testa erano tutto quello di cui aveva bisogno una persona per vivere, senza bisogno di ulteriore terreno per l'agricoltura e l'allevamento - restava la necessità di costruire strade, linee di telecomunicazione e stabilimenti industriali, ma la vita diventava comunque assai più facile.

Il congresso non fu molto convincente - troppi interessi ruotavano intorno all'agricoltura ed all'industria alimentare - anche se il video di Rebecca che mostrava la sua presentazione sul maxischermo, mentre lei ed i partecipanti erano nudi e con un cordone ombelicale collegato a delle placente arborizzate (che rendevano superflua la pausa pranzo) divenne rapidamente virale.

Un'altra modifica genetica rese le placente arborizzate capaci di produrre energia elettrica (230 V 50 Hz), e per fortuna non fu necessario aumentare le dimensioni delle placente per produrre tutta questa energia.

L'ingegnera Rebecca si rese presto conto di un fenomeno che era stato scoperto dai botanici negli alberi convenzionali: le radici delle placente, intrecciandosi, consentivano lo scambio non solo di nutrimenti, ma anche di informazioni.

Quando Juno, Rebecca e Dina erano collegate alle loro placente attraverso il cordone ombelicale, ognuna era più consapevole dello stato emotivo dell'altra, e pian piano questa conoscenza empatica evolvé in telepatia.

Ulteriore modifica genetica rese le placente arborizzate capaci di ricetrasmettere nella gamma radio dei 700 MHz, consentendo loro di fungere da ripetitori della prossima generazione di cellulari (5G), nonché di comunicare tra di loro anche se le radici non erano a diretto contatto, e di interfacciarsi con gli umani attraverso i cellulari e le chiavette 5G per computer.

Era ormai possibile creare una nuova civiltà umana basata sulle placente arborizzate - specialmente dopo che Xiuhe riuscì a modificare il genoma dei bachi da seta in modo da consentir loro di nutrirsi della linfa di codeste placente (con il consenso del titolare), e Rebecca trovò il modo di dipanare il bozzolo senza interrompere la metamorfosi od uccidere la farfalla.

I tessili di questa seta facevano anche vestiti, i naturisti come le persone di Casa Dejana si limitavano a farne la tenda in cui vivere e biancheria per la casa (anche se la seta non è adatta per queste cose - ma Yemoja stava cercando di far produrre alle placente arborizzate anche la bambagia del cotone).