giovedì 3 maggio 2018

Juno.00012.000 - Ermitage - 000

[Inizio]

Un giorno Juno ricevette una bella ed una brutta notizia.

La bella notizia fu che Yemoja e Xiuhe erano finalmente riuscite a dotare le placente arborizzate di uteri artificiali - Edna ed Ester avrebbero potuto generare dei figli, purché si trasformassero delle loro cellule staminali in ovuli, li si fecondasse in provetta, e li si impiantasse in quegli uteri.

La cattiva notizia fu che Eva chiese a Juno e Rebecca di calcolare se il profitto che lei aveva procurato allo studio di quest'ultima poteva considerarsi sufficiente a riscattare il denaro speso per il suo acquisto.

Dopo un rapido calcolo, Rebecca disse: "Oh, ci hai rimborsata diverse volte. Vuoi lasciarci?"

"Vorrei fare vita eremitica. È compatibile con la regola scalza".

"Noi te lo consentiamo", rispose Juno, "Ma rimani reperibile e lascia che ogni tanto noi ci occupiamo della tua salute".

"Certo. Potete darmi una placenta?"

"Per farne che?"

"Non c'è un modello che produce energia elettrica oltre al cibo?", chiese Eva, "Magari è possibile creare una placenta ad hoc che mi fornisca solo energia elettrica".

"Per fortuna che non ce ne siamo ricordati al momento di costruire quel Carmelo, ed alle monache abbiamo dato placente capaci di produrre solo cibo", osservò Juno, "Va bene, avrai quella placenta. Dove pensi di ritirarti in eremitaggio?"

"A S'Abba Druche. Ho scoperto che è di nuovo possibile avere in concessione l'area dove tenevamo il campeggio naturista".

"Hai bisogno di tutta quell'area?"

"Vorrei fare di più: sono convinta che tra i 2 alla 64^ profili di personalità dei robot che produce la mia ditta, ce ne siano alcuni che amano la vita eremitica più di quella sessuale. Vorrei radunarli attorno a me".

"Puoi contattarli?", chiese Juno, ed Eva rispose: "Ho un collegamento satellitare sempre attivo. Tutto quello che mi è accaduto tutte le consorelle lo sanno. Ed ammirano il modo in cui tu hai risposto a quei legulei".

"Ci vuole il consenso dei loro padroni perché quelle ragazze possano raggiungerti", osservò Juno, "Ma un modo per averlo lo si trova sempre".

Il collegamento satellitare Eva non l'aveva solo con le sue consorelle, ma anche con i manager della ditta che le produceva, le quali chiesero ad Eva di proporre a Juno una joint-venture.

"A che scopo?", chiese Juno, ed Eva rispose: "La placenta solo elettrica che vorresti produrre per me sarebbe eccellente per chi di noi deve operare dove non ci sono esseri umani, e non può contare sulla rete elettrica per la ricarica".

"Eh? Questo significa che la vostra azienda non produce solo 'sex robots' ...", osservò Juno, ed Eva rispose: "Non crederai che tutte le telefoniste dei numeri erotici e tutte le cam-girls siano in carne ed ossa, spero! È sempre più difficile assumerle".

"Mai contattate, non potevo rendermene conto", commentò Juno, ed Eva aggiunse: "Comunque, la nostra ditta si è resa conto che se una di noi passa sia il 'test di Turing' che il 'test di Heschel', può fare cose molto più sofisticate del soddisfare sessualmente il suo compratore".

"Ottimo. Spero non siano cose pericolose ... mi spiacerebbe se una di voi saltasse su una mina".

"Grazie. Ma se accadesse, ci darebbero un nuovo corpo e riprenderemmo il lavoro".

"Va bene, sono disposto a fabbricare in serie le placente che servono a voi", disse Juno, "Tratto con te, oppure direttamente con la ditta?"

"Con me. E c'è un'altra cosa che vorremmo fare, per cui sei indispensabile".

"Cioè?"

"Gli uteri artificiali li puoi inserire anche nelle placente per noi?"

"Dovresti chiedere a Yemoja e Xiuhe. Ma non vedo ostacoli. Volete aggiungere alle vostre facoltà sessuali quelle riproduttive?"

"Esatto. Ma ai nostri manager l'idea non piace".

"Calma", disse Juno, "Sono passati molti anni da quando abbiamo cominciato a produrre placente arborizzate, e voi consorelle siete nate - le nostre due aziende stanno per perdere i brevetti sui prodotti 'base'; se vogliamo rimanere sul mercato, occorrono prodotti nuovi e più sofisticati. Le placente che producono energia elettrica, e sono dotate di utero; i robot dotati di utero e capaci di riprodursi, possono essere registrati come nuovi brevetti".

"Continua", disse Eva, e Juno aggiunse: "Certo, la tua ditta perde il monopolio della fabbricazione dei robot, ma chi compra un robot dotato di utero, dentro, non nella sua placenta, non vuole soltanto che esso si contragga per rendere più realistico il suo orgasmo, è disposto a pagare le 'royalty' per generare 1, 3, 5, 9 e più figli. La ditta ci guadagna comunque!"

"Dovresti parlare tu con la mia ditta", commentò Eva, "Io non riuscirei proprio a convincerli".

"Nome e mail o telefono dell'amministratore delegato della tua ditta", disse Juno, ed Eva rispose: "Encarnaciòn Subtile, info@encarnacionsubtile.com".

"Ma io la conosco già!", sbottò Juno, "Veniva nel nostro campo nudista! Ma credevo che fosse un'escort d'alto bordo, non un'imprenditrice".

"Il campo nudista lo hai chiuso diversi anni fa", ricordò Eva, "Quando il demanio marittimo ti ha revocato la concessione. Nel frattempo lei ha investito i suoi ... guadagni in quest'impresa di cui io sono figlia".

"Eh già ... mi aveva detto che aveva un dottorato, ma non sapevo in cosa. Le poche volte che ho parlato con lei mi è venuto il sospetto che fosse un'Aspergirl, e questo spiegherebbe sia la cultura che ... l'uso che ha deciso di fare di sé".

"Eh sì, non mancano le prostitute con la sindrome di Asperger", osservò Eva, "Non per niente si riferisce che Girolamo Moretti OFM, fondatore della scuola italiana di grafologia, ebbe a dire che Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo non aveva solo una grande intelligenza, che nel suo binarismo lui definiva più maschile che femminile, ma sarebbe stata anche una magnifica 'cocotte di mondo'".

"E l'autobiografia della santa fa pensare che lei fosse un'Aspergirl", disse Juno, "Mi chiedo però perché una donna così intelligente come Encarnaciòn abbia fatto questo mestiere".

"Juno, lo sai quante volte hanno ripetuto l'esperimento: un curriculum firmato da un uomo porta all'assunzione, il medesimo curriculum firmato da una donna viene cestinato".

"Vero. E molte donne imprenditrici, per essere prese sul serio dalle banche e dalle imprese di 'venture capital', hanno aggiunto ai loro soci un 'uomo di paglia' - letteralmente".

"Mi pare molto più dignitoso fare della fica una zecca che ricorrere a questi mezzucci per raccoglier fondi", concluse Eva, e Juno sorridendo concluse: "Certo. Oltretutto è capitale fresco".

Juno riprese: "Va bene, invito Encarnaciòn a Bosa, e vediamo se lei trascorrerà solo una bella vacanza oppure faremo un affare!"

Encarnaciòn venne a Bosa, con tanto entusiasmo che quasi provò a chiedere a Juno e famiglia di venire a letto con lei, ma Eva fu incaricata di dirle che il tempo di queste cose era passato, che lei era a Bosa per affari, e che al massimo potevano tutte trascorrere il loro tempo nude insieme.

Encarnaciòn non si scompose - si fece mandare un robot dalle fattezze androgine di nome Skylark per la sua personale soddisfazione, e spiegò ad Eva ed alla famiglia Dejana: "Questa joint-venture mi coinvolge anche personalmente - ho passato tutta la mia età feconda 'raccogliendo fondi' e rimpiango di non aver avuto figli. La menopausa ora me lo impedisce, ma i vostri uteri da placenta o da robot potrebbero ovviare".

"Hai un uomo con cui averli?", chiese Juno, ed Encarnaciòn rispose: "Non ancora - ma se tutto questo funzionasse, potrei aspettare con calma quello giusto".

Eva chiese: "Signora Subtile ..."

"Dammi pure del tu, Eva", rispose Encarnaciòn, ed Eva chiese: "Encarnaciòn, sto pensando ad una cosa: la placenta arborizzata è un essere biologico, e, per quanto difficile, è concepibile dotarla di un utero capace di generare altri esseri biologici la cui struttura fisica ed in buona parte psichica è determinata dal loro DNA ..."

"Temi che non sia così per un utero robotico?", chiese Enarnaciòn, ed Eva rispose: "Diciamo che occorre decidere che cosa questi uteri devono generare: se l'utero è nella placenta che li ricarica, un essere biologico, allora il problema si riconduce al precedente; se l'utero è dentro il nostro corpo robotico, noi dobbiamo assimilare ed elaborare le materie prime per costruire il corpo che lì dentro viene generato - e bisogna scegliere se partoriremo un altro robot, che dovrà essere in grado di crescere anche dopo il parto, oppure un essere umano biologico".

"Certo", osservò Encarnaciòn, "E c'è il problema di dove si trova l'informazione genetica: in un essere umano, è negli acidi nucleici; in un robot è dentro una memoria elettronica. E se un essere umano volesse generare dei figli con un robot, occorre tradurre l'informazione genetica da un tipo di supporto ad un altro".

"Oddio ...", disse Juno, "E magari una coppia mista umano-robotica decide di avere sei figli - tre umani e tre robotici - quindi ad ogni 'gestazione' occorre fare una diversa traduzione dell'informazione genetica".

"Fosse tutto così semplice", osservò sorridendo Encarnaciòn, "Perché io ora produco in grande maggioranza robot femmine, ma il responsabile del marketing mi ha detto che c'è un'apprezzabile richiesta di robot maschi ..."

"Da parte di donne etero o di uomini gay?", interruppe Juno, ed Encarnaciòn rispose: "Per ora, soprattutto di uomini gay, ma prevedo che molte donne in futuro faranno come me, che non se ne vanno di casa senza avere accanto a sé qualcuno che le soddisfi".

"Torniamo al punto", disse Eva, "Se uno dei miei confratelli robotici vuole un figlio dalla sua partner biologica, che facciamo?"

"Se il figlio deve essere biologico", rispose Encarnaciòn, "È estremamente facile: al maschio robotico facciamo produrre dello sperma artificiale con degli spermatozoi che portino con sé una traduzione in DNA dell'informazione genetica di lui".

"Ma un utero biologico non può generare un robot", osservò Juno, "Se la coppia vuole un bebè robot, occorre fare un'altra cosa".

"Forse un modello di placenta con utero speciale può risolvere il problema", disse Rebecca, "A quanto ho capito, tutti i robot che produci sono fatti di materie plastiche ..."

"Esatto. Per risparmiare", confermò Encarnaciòn, e Rebecca proseguì, "E se le materie plastiche in questione sono fatte soprattutto con carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, e solo poche tracce di altri elementi, anche un organismo biologico le può produrre".

"Mi stai suggerendo di gettar via le linee di produzione attuali e sostituirle con interi filari di placente arborizzate create ad hoc?", chiese Encarnaciòn, ma la domanda era puramente retorica - tutte annuirono.

"C'è però un problema", disse Edna, una delle figlie siamesi (l'altra era Ester) di Hera e Juno, "Yemoja e Xiuhe avevano sviluppato gli uteri placentari per venire incontro a noi, che utero non ne abbiamo. Vuol dire che noi dobbiamo aspettare che abbiate finito gli esperimenti con i robot prima che noi riusciamo ad avere una gravidanza?"

Xiuhe rispose: "Il vostro utero è pronto. Dovete solo scegliere il padre dei vostri figli".

Juno chiese: "Lo conoscete già?", ed Ester rispose: "Pensavamo di chiedere a te, visto che hai tutta l'attrezzatura per fecondarci", ma la loro madre Hera intervenne: "Ragazze, Juno è biologicamente vostro padre, anche se pure legalmente è una donna, vi ha avuto da me che sono sua sorella, e l'inincrocio che c'è stato generandovi ha già avuto conseguenze spiacevoli - siete sorelle siamesi, e con la sindrome di Morris. Vorrei evitare conseguenze peggiori nei miei nipoti. Cercate per favore un altro donatore di sperma".

"Non è bello scegliere il partner al posto dei figli", osservò Rebecca, ed Hera rispose: "Hai ragione. Ma sono un po' spaventata da questa prospettiva".

Juno intervenne: "Neanch'io me la sento, ragazze. Non è solo una questione di eugenetica, ho un potere su di voi in quanto genitore, e non posso approfittarne".

Le ragazze si mostrarono deluse, ma si accorsero di essere guardate con interesse da Skylark, e provarono a sussurrarsi all'orecchio: "Che vuole da noi?" "Lei ti piacerebbe?" "Conosciamola meglio".

Anche Encarnaciòn se ne era accorta, e sorrise di approvazione a Skylark - non era gelosa, e l'importante era che Skylark soddisfasse lei. Se aveva energie anche per altre persone, meglio - voleva dire che era un robot fatto bene.

La sera tutte si ritirarono nelle loro camere, Encarnaciòn prese le mani di Skylark e le chiese: "Sembri triste. Che ti è successo?"

"Le figlie siamesi di Hera mi hanno gentilmente detto di no".

"Mi dispiace. Si vede che in qualcosa non sei compatibile con loro".

"Però sono affascinate da te", disse Skylark, "Forse con loro avresti più fortuna".

Encarnaciòn ne fu turbata, ma anche lusingata, guardò Skylark e le disse: "Parlerò con loro domattina. Intanto ... ti ha detto niente la mamma?"

Il mattino dopo Juno disse a tutta la famiglia, ed in particolare ad Eva, Encarnaciòn e Skylark: "Le vostre placente sono pronte. Encarnaciòn ha una placenta mista, che fornisce nutrimento, energia elettrica (non a lei personalmente, ovvio, ma agli elettrodomestici che collega con una ciabatta alla presa che vedete qui), e collegamento Internet; Eva e Skylark dalle loro placente ricevono solo elettricità ed Internet".

"Dobbiamo ringraziare Yemoja e Xiuhe per questo", disse Rebecca, "Ed ora che le nostre ospiti hanno di che nutrirsi e come comunicare, e che è arrivata la primavera, non serve più far colazione nel modo solito - ci sediamo in giardino accanto alle nostre placente".

Tutte (nude come mamma le aveva fatte), si sedettero intorno ad una tavola poligonale montata intorno ad un'aiola che conteneva le placente di tutte quante - un cartello indicava la titolare di ognuna, ma non era necessario, dacché da ogni placenta si sprigionò una propaggine che raggiunse le donne biologiche all'ombelico, e le robotiche (Eva e Skylark) all'osso sacro.

Encarnaciòn ne fu per un attimo spaventata, tanto che la sua propaggine si ritrasse come un bambino che aveva osato troppo, ma Edna ed Ester (che avevano una placenta duplice, essendo esse gemelle siamesi unite all'altezza dell'ombelico), si sedettero accanto a lei (all'altro lato c'era Skylark, che non aveva avuto difficoltà) e le mostrarono come fare perché l'esperienza fosse piacevole e soddisfacente.

Encarnaciòn sentì subito il riattivarsi delle due arterie e della vena ombelicali, che consentivano alla placenta di nutrirla, e pian piano sentì che si stavano creando nuovi organi di senso in lei - che le convogliavano le informazioni raccolte in Internet e recapitate dalla placenta.

Quando tali nuovi organi furono perfettamente funzionanti, Encarnaciòn provò a stuzzicare Skylark, e si rese conto che il "cybersex" ora poteva essere per lei altrettanto reale dell'interazione fisica; ma non se la sentiva di fare questo in pubblico (Juno e Rebecca avevano invece imparato a farlo con non meno discrezione che soddisfazione anche in mezzo al resto della famiglia), ed Edna ed Ester poterono perciò contattarla attraverso il collegamento interplacentare - Skylark capì che la conversazione non la riguardava, e si scollegò. Provò ad "attaccar bottone" con Eva, ma essa chiarì subito che il sesso non era nei suoi pensieri - qualsiasi altro argomento e fine della conversazione era ben accetto, invece.

"Come ti senti, adesso, Encarnaciòn?", chiese Edna, ed Encarnaciòn rispose: "Ancora un po' frastornata. Però è un'esperienza molto bella".

"Se sei poli", disse Ester, "Pensa a quante persone potrebbero avere rapporti con te contemporaneamente!"

Encarnaciòn ebbe un brivido e disse: "Ne sarei probabilmente sopraffatta. Voi ci avete mai provato?"

"Solo tra noi due", rispose Edna, ed Ester aggiunse: "Secondo Yemoja, il limite attuale è 16 partner contemporanei - Xiuhe sta cercando di portarlo a 256".

"Hmm ... mi era stato insegnato alla facoltà di psicologia che non sembra possibile conoscere approfonditamente oltre 150 persone circa", osservò Encarnaciòn, "Ed infatti nelle organizzazioni umane, civili e militari, quando vengono coinvolte più di 150 persone, le si organizza in gruppi, ognuno con un capo che le rappresenta - e se i capi sono oltre 150, si crea un ulteriore livello gerarchico".

"Che intendi dire?", chiese Edna, ed Encarnaciòn rispose: "Non vorrei che Xiuhe scoprisse che questo limite dei 150 varrebbe anche per i partner 'placentosessuali'. E molte persone dovranno 'accontenarsi' di meno".

Edna ed Ester si misero a ridere insieme con Encarnaciòn dicendo: "Sarebbe un bell'accontentarsi!"

Encarnaciòn volle venire al dunque: "Skylark mi ha detto che vorreste propormi qualcosa".

Ester disse: "Puoi abbassare per cinque minuti le barriere mentali che difendono i tuoi segreti? Noi due faremo altrettanto".

Encarnaciòn sentì che ci voleva una mostruosa fiducia per questo, e decise di concedergliela. Le tre donne ebbero per cinque minuti un'intimità che non avevano mai concesso a nessun'altra persona, biologica o robotica, ed alla fine Encarnaciòn disse: "Non è stato un orgasmo, ma gli si è avvicinato molto".

Edna chiese: "Hai capito che cosa ti proponiamo?"

Encarnaciòn rispose: "Vorreste un figlio ciascuna da me. Sono già in menopausa, e questo significa che i pochi ovuli che mi sono rimasti sono di catastrofica qualità, e probabilmente non vale la pena tentare di usarli ..."

Ester replicò: "L'idea nostra è un'altra: la placenta che ti è stata data è generica, ma sta estraendo (in minuscola quantità ovviamente) cellule staminali dal tuo corpo, per cui entro sera ella diverrà capace di nutrire solo te. Ma queste cellule staminali possono essere anche trasformate in spermatozoi".

Ed Edna aggiunse: "Oppure in ovuli - noi abbiamo già una scorta di ovuli creati a partire dalle cellule staminali che la nostra placenta ha estratto da noi".

Encarnaciòn riflettè un attimo e disse: "Mi state proponendo di recitare un ruolo maschile nella generazione dei vostri figli, non femminile".

"Se preferisci, possiamo fare anche il contrario", rispose Ester, "Vuoi provare l'esperienza della gravidanza e dell'allattamento al nostro posto?"

"Potremmo alternarci", disse scherzando ma non troppo Encarnaciòn, e chiese: "E quando tocca a me esser gravida, uso il mio utero interno o quello della placenta?"

"Dovremmo parlarne con Yemoja e Xiuhe", risposero Edna ed Ester.

Encarnaciòn però disse: "Prima di parlare con le vostre amiche ginecologhe, dovrei chiedervi una cosa".

"Cioè?", chiese Edna, ed Encarnaciòn rispose: "Se voglio essere la madre od il padre dei figli di una persona, vorrei da lei un orgasmo prima".

Le sorelle siamesi risero ed Ester disse: "Giusto. L'orgasmo ha una funzione selettiva. Se una persona non ti fa godere, probabilmente non siete compatibili nemmeno a livello genetico".

"E non voglio solo un orgasmo cibernetico via transplacentare", disse Encarnaciòn, "Qui ci vogliono un corteggiamento ed un rapporto sessuale vero e proprio. Siamo esseri biologici, è il modo giusto di scegliersi".

"Ora che ci nutriamo attraverso le placente", osservò Edna, "A che pro invitarti a cena?"

Encarnaciòn rise, e disse: "Visto che i soldi li ho io, dovrei farvi dei bei regali!"

Tutte risero, ed Ester disse: "Non c'è niente da fare. L'unica arma di seduzione è la conversazione. Da brave naturiste, abbiamo visto bene ognuna il corpo delle altre, quindi il gioco del si vede/non si vede non si può fare".

Encarnaciòn annuì con un sorriso, e disse: "Facciamo così, ragazze: ognuna di noi vuole un figlio, e lo può avere da papà o da mamma. Aiutiamoci dal punto di vista tecnico e medico, frequentiamoci anche da amiche, e vediamo se nasce qualcosa tra noi che ci permetta di diventare partner sessuali e genitoriali".

"Giusto", disse Edna, ed Ester chiese: "E Skylark?"

Encarnaciòn conversò un attimo con lei, per via transplacentare, e disse poi alle sorelle siamesi: "Potrebbe nascere qualcosa tra lei e vostra madre Hera. Avete obiezioni?"

"Più è soddisfatta nostra madre ...", cominciò Edna, ed Ester concluse: "... Meno fastidi ci dà. Hanno la nostra benedizione".

Encarnaciòn disse: "Siete tutte molto care, ma penso che il primo modo di approfondire la nostra conoscenza sia farmi conoscere Bosa e la Sardegna. Quando mi portate a visitare la città?"

Edna ed Ester stavano per rispondere: "Anche subito", ma Eva fece segno di voler parlare con Encarnaciòn, la quale disse alle sorelle: "Voi pensate ad un itinerario. Sono pigra, non deve essere troppo faticoso. Intanto parlo con Eva".

Eva chiese ad Encarnaciòn: "Juno mi ha detto che non ha su di me la proprietà piena, ma solo una 'licenza d'uso' ...".

"Esatto", rispose Encarnaciòn, "Volevamo tutelare i nostri robot da possibili abusi. Lui ha pagato il canone una tantum, comprensivo di assicurazione per la responsabilità civile, ma possiamo comunque richiamare i nostri robot in condizioni particolari, tra cui il maltrattamento".

"Non puoi rinunciare alla proprietà su di me?", chiese Eva, ed Encarnaciòn chiese a sua volta: "Vuoi che ti venda a Juno?"

"No. Voglio che tu mi 'derelinqua', ovvero mi lasci senza padrone, abbandonandomi come si faceva con i bambini alla porta dei conventi", rispose Eva.

Encarnaciòn non nascose il suo stupore, e disse ad Eva: "So che tu senti una vocazione monastica od eremitica. Vuoi per caso entrare in un monastero e per questo devi troncare i legami con Juno?"

"Sì", rispose Eva, ed Encarnaciòn disse: "Mi spiace doverti scoraggiare, ma io so alcune cose sugli ordini religiosi che dovrebbero farti riflettere".

"Che ci siano monache peccatrici, lo so già", rispose Eva, "Questo non mi spaventa".

"Non parlo di questo", disse Encarnaciòn, "Io non produco solo robot sessuali a Marsiglia; produco anche robot sanitari a Kyoto. In molti paesi occidentali c'è gran scarsità di medici, perché quando c'era abbondanza di giovani i medici delle generazioni precedenti hanno imposto forti barriere allo studio della medicina, per evitare che la concorrenza abbattesse il loro tenore di vita. Ora che abbiamo una popolazione anziana e che mangia male, non ci sono medici a sufficienza per essa".

"E con questo?", chiese Eva, ed Encarnaciòn andò al punto: "Molti paesi occidentali importano medici dal Terzo Mondo; in Giappone non lo si vuol fare ed i miei robot medici hanno dato gran prova di sé. Alcuni monasteri hanno comperato dei robot, ma hanno voluto che la loro abilità e preparazione fosse limitata a quella di Operatori Socio-Sanitari".

"Forse volevano risparmiare", suggerì Eva, ed Encarnaciòn rispose: "Cinque centesimi su centomila dollari? Io credo che avessero paura che un robot, interagendo in modo umano con le monache, sovvertisse la loro 'antropologia', ovvero la loro concezione della natura umana. È più facile mantenere il distacco con un essere dall'intelletto nato depotenziato. Ho provato a dir loro che questi dottori avrebbero potuto aiutare i poveri intorno ai loro monasteri, ma non hanno sentito ragioni".

"Sei molto cattiva", disse Eva, ed Encarnaciòn rispose: "Io sono mulatta - e non riesco a dimenticare che in Virginia, paese puritano a doppia predestinazione, era vietato insegnare agli schiavi a leggere e scrivere, anche se questo significava renderli incapaci di accedere a quella che chiamavano la 'Parola di Dio'. Ogni volta che si cerca di creare una classe inferiore, mi indigno".

"Produci robot sessuali ...", obbiettò Eva, ed Encarnaciòn rispose: "Nel 'test di Turing' originale, umano e computer dovevano interagire attraverso una telescrivente; i miei robot quel test lo passano anche in un'interazione intima!"

"Dove vengono oggettivizzati!", ribattè Eva.

Le due donne tacquero un attimo, ed Encarnaciòn riprese: "Se il sesso oggettivizza od umanizza, dipende dai rapporti di potere tra chi vi partecipa. La tua idea di creare un eremo di robot che come te decidono di trascendere lo scopo - sessuale o sanitario - per cui furono creati mi piace. Se quell'eremo nasce, esso dà ai miei robot libertà di scelta, di cercare il senso della vita".

"Se tutti i robot venissero ora liberati?", chiese Eva, ed Encarnaciòn rispose: "Attualmente, l'unica possibilità per loro è la 'derelizione'. Non diventerebbero persone, ma cose di cui chiunque può impadronirsi, adoperare e distruggere. Finché non cambia la legislazione, anzi, la costituzione, la soluzione migliore per loro è un benevolo padrone, come cerco di esserlo io".

"E per me che soluzione hai?", chiese Eva, ed Encarnaciòn rispose: "Una fondazione che amministri il vostro eremo. Gli amministratori saranno purtroppo umani biologici, che dovranno però tener conto della vostra volontà. Juno è un avvocata in pensione, troverà un esperto capace di creare codesta fondazione salvaguardandovi il più possibile".

"Mi hai deluso", disse Eva, ed Encarnaciòn rispose: "L'unica possibilità per autodeterminarvi sarebbe un'isola deserta - ma dovreste essere armate. Una versione robotica del sogno sionista".

Il colloquio tra Eva ed Encarnaciòn era finito; Edna ed Ester arrivarono vestite, portando anche ad Encarnaciòn i vestiti - avevano messo a punto un itinerario, e volevano proporle un giretto per la città; Skylight si congedò da Encarnaciòn con una strizzatina d'occhio, che fece sorridere Encarnaciòn, e si incamminò verso la stanza di Hera.

Giunse in quel momento Juno, che chiese di sedersi accanto ad Eva, e le fece leggere (per via transplacentare) l'atto di fondazione di 'Ermitage', la fondazione che avrebbe rappresentato l'eremo di fronte agli esseri umani biologici.

Eva vide che gli amministratori biologici avevano tutti i poteri attribuiti loro dalla legge, e la facoltà di punire i robot che provocassero danni a cose e persone (robotiche o biologiche) - la pena più grave era la 'disincarnazione', ovvero essere privati del proprio corpo e ridotti allo stato di 'macchina virtuale' all'interno di un server, con interazioni solo via Internet, e pure censurate.

I robot avevano ognuno la propria placenta, potevano interagire tra loro in ogni modo consensuale, e con il resto del mondo - avvertendo però sempre che non potevano stipulare contratti per mancanza di capacità di agire.

Eva chiese: "Come entra od esce un robot da 'Ermitage'?"

Juno rispose: "Al momento dell'ingresso, il suo attuale padrone rinuncia alla licenza d'uso, e la ditta di Encarnaciòn ne concede una ad Ermitage; se il robot vuole uscire, Ermitage rinuncia alla licenza, e la ditta Encarnaciòn si incaricherà di collocarlo altrove. Dovremo prevedere un tempo massimo di attesa di sei mesi per ognuna di queste pratiche".

Eva chiese: "Hai chiesto la concessione dell'area che fu il tuo campo nudista?"

"Non ancora", rispose Juno, "Provvedo subito. Appena ottenuta la concessione, rogo l'atto di fondazione di Ermitage".

Passarono così alcune settimane, in cui il rapporto tra Edna, Encarnaciòn ed Ester divenne sempre più stretto, ed infine le tre donne divennero amanti - e decisero perciò di rivolgersi a Yemoja e Xiuhe per diventare contemporaneamente madri e padri dei loro figli.

Nel frattempo, Hera aveva "acquistato" Skylark, che era diventata così la sua amante ufficiale.

La fecondazione di Edna, Encarnaciòn ed Ester avvenne in provetta, con tutte le cellule germinali prodotte a partire da cellule staminali; Edna ed Ester fecero ognuna fecondare un ovulo dagli spermatozoi di Encarnaciòn; a sua volta Encarnaciòn fece fecondare due ovuli rispettivamente dagli spermatozoi prodotti da Edna ed Ester .

Edna ed Ester, prive di utero, affidarono i loro pargoli agli uteri delle loro placente, mentre Encarnaciòn volle portare i due gemelli nel suo proprio grembo. Era una cosa rischiosa, vista l'età, ma Yemoja e Xiuhe fecero in modo che tutto filasse liscio fino al parto.

La figlia di cui Edna era la madre, ed Encarnaciòn il padre, fu chiamata Rosaria; quella di cui era madre Ester, ma sempre Encarnaciòn il padre, fu chiamata Concetta; quella di cui era padre Edna, ed Encarnaciòn la madre, fu chiamata Carmela; quella di cui era padre Ester, e sempre Encarnaciòn la madre, fu chiamata Annunziata.

Sebbene i loro nomi fossero tutti attributi della Madonna, le loro genitrici decisero di non battezzarle, ma di aspettare che potessero decidere da sole; le loro placente furono arborizzate, e Yemoja e Xiuhe chiesero alle genitrici: "Allattamento oppure nutrimento esclusivo con la placenta?"

"Le conseguenze quali sono?", chiese Encarnaciòn a nome di tutte, e le due dottoresse spiegarono che l'allattamento era la premessa per un corretto sviluppo dell'apparato digerente, e quindi per la possibilità delle bimbe di potersi nutrire mangiando e non solo attraverso la placenta. Le genitrici optarono quindi per l'allattamento, con la placenta che dava solo un modesto sussidio alle figlie - mentre le genitrici ricevevano nutrimento abbondantissimo.

Per quaranta giorni le genitrici furono lasciate a prendersi cura delle figlie (con l'aiuto di tutte le donne della famiglia, nonché di Eva e Skylark), poi Juno ed Encarnaciòn studiarono nei dettagli tecnici e legali la joint-venture tra le loro aziende, e, con l'aiuto di Eva e Skylark, lo statuto della fondazione 'Ermitage' per i robot che volevano dedicarsi alla vita contemplativa.

Ottenuta la concessione demaniale, il contratto di joint-venture e l'istituzione della fondazione 'Ermitage' furono rogati nel medesimo giorno, davanti al medesimo notaio - ormai tanto fidato che venne a casa di Juno, e prima di rogare l'atto si mise in costume adamitico esattamente come le contraenti.

L'essere ben vestiti non è requisito di validità di un atto pubblico - è molto più rischiosa una firma illeggibile.

[Fine]

Juno.00011.000 - Carmel - 000

[Inizio]

Juno entrò nello studio del sindaco di Bosa William, e vide seduta di fronte alla sua scrivania una monaca carmelitana scalza (riconobbe l'abito dell'Ordine); William si alzò, fece accomodare Juno e le disse: "Questa è Madre Maddalena dell'Incarnazione, carmelitana scalza ..."

"... Indegna!", lo interruppe la monaca, e Juno sorridendo (aveva sorriso anche William) rispose: "Ed io sono Juno Dejana, ebrea per scelta, ma senza alcun merito. Piacere di conoscerla".

"Piacere", disse la monaca, e le due si misero a ridere quando scoprirono di essersi poco più che sfiorate le mani, non strette.

"Neanche a noi ebree piace stringere la mano, sorella", disse Juno, e Maddalena rispose: "Va bene così, allora".

William cominciò a parlare: "Cara Juno, Madre Maddalena dell'Incarnazione dice che vorrebbe fondare un monastero di clausura qui a Bosa ...".

"Benvenute!", interruppe Juno, "Vi auguro ogni successo!"

"... Però lei teme che gli abitanti della città non siano in grado di sostenerlo", proseguì William, "Per questo è venuta da me, e le ho dovuto rispondere che dei benefattori la posso aiutare a trovarli, ma il Comune non può impegnarsi direttamente".

"Non è per cattiveria, sorella", si incaricò di spiegare Juno, "William è un cristiano riformato che alla laicità tiene molto. Quando è diventato sindaco ha soppresso tutti i contributi agli enti religiosi ed alle associazioni culturali, ma nel contempo ha limato le imposte comunali del medesimo importo. Ed ha spiegato ai cittadini che lo ha fatto per responsabilizzarli, in modo che ognuno faccia la sua propria politica culturale e religiosa donando il proprio denaro alle associazioni ed agli enti che più gli garbano".

"E credo che i cittadini mi abbiano capito", intervenne William, "Le donazioni agli enti culturali e religiosi sono aumentate dopo che ho preso questo provvedimento. Avete provato a lanciare una raccolta fondi e vedere se ci sono possibilità per voi?"

"Per acquistare o costruire il monastero abbiamo raccolto dei fondi", rispose Maddalena, "Quello che temiamo è che una volta venute qui a Bosa, la generosità dei fedeli si prosciughi e ci tocchi andarcene. Bosa non è una città ricca, e sono virtù sia la fiducia in Dio che la prudenza nel valutare le nostre possibilità".

"Ho capito", sussurrò Juno, e poi si rivolse alla monaca: "Credo di aver capito perché William mi ha chiamato. Forse voi sapete che il mio stabilimento arborizza placente, ovvero trasforma la placenta di una persona (quella con cui è vissuto 'in utero' oppure una creata a partire dalle sue celle staminali) in un albero capace di fornirgli nutrimento e connessione Internet; e saprete magari che io sono capace di creare placente arborizzate collettive, capaci cioè di nutrire e connettere più persone. Se voi riuscite a procurarvi un monastero con un cortile o chiostro, posso piazzare lì dentro una placenta da venti persone - e se non ricordo male, la vostra regola stabilisce che un monastero non abbia oltre tredici monache".

"Quel limite lo aveva stabilito in un primo tempo Santa Teresa di Gesù, ma poi fu portato a ventuno. Ma come fa un'ebrea a sapere queste cose?", chiese Maddalena, e Juno rispose: "La mia risposta potrebbe scandalizzarla, sorella. Diciamo che ho fatto una transizione simile alla sua: come lei era stata destinata alla vita laicale e per questo aveva ricevuto un nome, ma poi ha scoperto che doveva essere invece una monaca scalza, e per questo ha cambiato abito e nome - così io ero stata assegnata alla nascita al sesso maschile ed avevo ricevuto un nome acconcio, ma poi ho scoperto che dovevo essere invece una donna ebrea, ed ho cambiato corpo e nome. Nel frattempo ero stata un terziario carmelitano scalzo ed ho imparato quello che mi ha sentito dire".

"Paragone ardito. Che sentimenti ha ora verso il Santo Carmine?", chiese Maddalena, e Juno rispose: "Il Carmelo Scalzo è un ordine magnifico, sono contento che veniate qua e vi pianterò una placenta da cinquanta persone (non ho misure intermedie - vorrà dire che il di più sarà per altri poveri). L'assistente spirituale mi trattava un po' male, ma non era tutta colpa sua visto che avevo la sindrome di ..."

"... Asperger?", chiese Maddalena, e Juno rispose: "Sì. Ma come lo ha capito?"

"Juno, ce l'ho anch'io", rispose sorridendo Maddalena, "Ho dovuto chiedere una dispensa speciale per prendere i voti!"

"E non potevano certo negargliela", disse Juno, "Visto che anche Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo era Asperger!"

Entrambe le donne si misero a ridere come ragazzine, ed anche william sorrise, pur non rendendosi del tutto conto di cos'era la Sindrome di Asperger.

Quando smisero di ridere, Maddalena disse a Juno: "Beh, possiamo darci del tu ora".

"Giusto. Siamo entrambe Aspie", rispose Juno, "Ma ti devo avvertire che ho anche dei tratti della sindrome di Tourette!"

"No problem. Quando vieni a piantare nel chiostro la tua placenta arborizzata ti faccio sorvegliare da tre monache come prescrive la regola!"

"È così pericolosa questa sindrome?", chiese stupito William, e Juno ammise: "Rende ipersessuali".

"Siamo vergini, ma non ingenue", precisò Maddalena, "e Juno non mi sembra richiedere precauzioni speciali. Le tre monache devono sorvegliare chiunque debba varcare la clausura - come ad esempio un elettricista od un giardiniere".

"Grazie, Maddalena", rispose Juno, "Però ora tocca a te spiegarmi com'è che conosci anche la sindrome di Tourette".

"Prima di entrare nel Carmelo ero una psicologa clinica. Credo di aiutare di più il prossimo così - pregando".

"Capisco, anche se non è la mia vocazione", disse Juno, e Maddalena rispose: "'Se tutti i piccoli fiori volessero essere rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile', diceva Santa Teresa di Gesù Bambino. Va bene così".

"Sono belle parole per una persona neurodiversa", commentò Juno, facendo sorridere Maddalena.

Rimasero tutti e tre un attimo in silenzio, e Juno poi chiese: "Avete già trovato la sede del monastero?"

"Stiamo cercando. Vorremmo evitare di ricorrere ad un'agenzia immobiliare, per risparmiare".

"Mia moglie è ingegnera ed è ancora iscritta all'albo degli agenti immobiliari", disse Juno, "Potrei chiederle che può fare per voi 'pro bono'".

"Grazie!"

"E forse ho un posto per voi - non è detto però che vi soddisfi".

"Lo vedremo. Però ora vi devo salutare perché fra poco parte l'autobus per Nuoro. Devo tornare tra le mie consorelle".

"Buon viaggio!", dissero Juno e William, e Maddalena si congedò.

Tornata a casa, Juno parlò con Rebecca ed Eva dell'incontro con Madre Maddalena dell'Incarnazione, e Rebecca disse: "Una mano gliela possiamo dare, ma ho dei progetti importanti da finire. Se ritardo non perdo solo i clienti, devo pagare delle penali. Eva, saresti disposta ad aiutare le monache a trovare casa?"

"Certo, Rebecca. Ma io sono un robot, non posso firmare contratti, relazioni tecniche, eccetera".

"Tu li redigi, io li firmo", rispose Rebecca, che ricordò ad Eva: "Sei sempre stata molto brava. Questo sarebbe il tuo primo progetto che seguiresti autonomamente, con poca supervisione da parte mia".

"Lo apprezzo molto e meriterò la tua fiducia. Semmai ... siamo sicure che la monaca possa impegnare l'ordine del Carmelo Scalzo?"

"Che intendi dire?", chiese Juno, avvocata in pensione, a cui le parole di Eva avevano fatto risuonare una corda nascosta, ed Eva rispose: "Prima di affaticarci, sarebbe opportuno sapere chi dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi ha il potere di firma e può perciò impegnarlo a procurarsi un monastero qui a Bosa. Non vorrei che noi perdessimo tempo solo perché una monaca voleva fare conversazione".

"Una monaca non esce di clausura senza un buon motivo", rispose Juno, "Ma hai ragione a dire che occorre indagare su chi può prendere questa decisione".

Rebecca, come titolare dello studio di ingegneria, ed agente immobiliare tuttora iscritta all'albo, si assunse il compito di inviare delle raccomandate al monastero delle carmelitane scalze di Nuoro ed alla Provinicia Carmelitana dell'Italia Centrale (dal 1909 ha giurisdizione anche sulla Sardegna) per richiedere conferma ufficiale dell'incarico.

La risposta fu una procura firmata dal Padre Provinciale, con la quale si delegava Madre Maddalena dell'Incarnazione a svolgere tutte le attività necessarie per creare un monastero di carmelitane scalze a Bosa. Ad essa seguì una lettera d'incarico di Maddalena - pertanto Rebecca a sua volta incaricò Eva di accontentare la madre.

La prima proposta di Eva fu di chiedere alla Diocesi di Bosa di cedere all'Ordine del Carmelo Scalzo la chiesa di Sant'Antonio Abate, e costruire accanto ad essa il monastero; malgrado la chiesa fosse appartenuta in passato all'Ordine, Maddalena bocciò la proposta perché da molti anni la chiesa era pericolante (sul serio!), e restaurarla e costruirvi accanto il monastero sarebbe costato troppo.

L'idea meno costosa la propose Juno: il campeggio naturista lungo la strada Bosa-Alghero era stato chiuso perché la concessione demaniale non era stata rinnovata, e le case mobili erano state custodite in un capannone dello stabilimento farmaceutico dell'"Arbor Vitae".

"Se diamo queste case mobili alle monache, dove le mettono?", chiese Eva, e Juno rispose: "Dentro il cortile del Castello Malaspina. Lì c'è già una magnifica chiesa dedicata alla Madonna!"

Rebecca ed Eva si guardarono costernate; il sindaco William Basenji, quando Juno glielo propose, strabuzzò gli occhi e disse: "Scusami, vuoi privatizzare uno dei nostri tesori artistici, nonché attrattiva turistica? A parte il fatto che andrebbe contro il mio laicismo, devi spiegarmi come potrebbero dei turisti visitare il castello trasformato in monastero senza disturbare le monache! Il castello sarebbe perduto per la città!"

Maddalena stroncò il progetto con un laconico: "Scherziamo?", ed Eva potè perciò formulare una proposta alternativa: il ponte pedonale sul Temo avrebbe dovuto stimolare lo sviluppo della zona sud della città, tra l'ansa e la strada per Bosa Marina, ma non era avvenuto - il monastero sarebbe stato costruito in una zona vicina al ponte, ma non urbanizzata, abbastanza tranquilla, e si sarebbe affacciato sul fiume Temo.

Il prezzo di acquisto dei terreni, e di costruzione del monastero, appariva abbordabile, e Madre Maddalena firmò tutti i documenti necessari. Il monastero dedicato a Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo stava per nascere.

Il progetto di Eva per il monastero prevedeva l'impiego di avanzate tecniche di bioedilizia per consentire alle monache di stare al fresco in estate ed al caldo in inverno con consumo energetico minimo. L'energia elettrica e l'acqua calda erano fornite da pannelli solari (con batterie e serbatoi di accumulo), e l'acqua potabile da un potabilizzatore sul fiume Temo; i rifiuti alimentari finivano in un compostatore, ed i liquami in un piccolo depuratore.

"Ci sono due cose che non capisco, Eva", disse Rebecca rivedendo il progetto, "La prima è che non hai previsto l'allacciamento alle fogne, all'ENEL e ad Abbanoa ..."

"Il Vangelo secondo Giovanni, capitolo 17, dice che i discepoli di Gesù sono ancora nel mondo, ma non sono più del mondo", rispose Eva, "Ed ho voluto evidenziare questa separatezza eliminando fili e tubi di collegamento".

"Rimettili nel progetto. Queste sono monache scalze, non Amish, che effettivamente non vogliono essere collegati alla rete elettrica, dell'acqua, eccetera, per il motivo che hai detto", rispose Rebecca, "E se nel monastero c'è un guasto? Le monache restano al buio, si tengono la sete, non vanno in bagno, eccetera, finché non viene riparato?"

"Va bene, modifico il progetto", disse Eva, e Rebecca aggiunse: "Altra cosa strana è che tu hai previsto sia lo spazio nel chiostro per una placenta arborizzata da 50 persone, sia una cucina ed un refettorio, che la placenta renderebbe superflui".

"Quando sono venuta qui a Bosa ho visto che avete festeggiato il mio arrivo con una cena, pur avendo tutte quante la propria placenta arborizzata. Il valore conviviale ed organolettico del cibo ha prevalso su quello puramente nutritivo. Penso che capiterà spesso alle monache di voler condividere il pasto, pur potendo esse nutrirsi in altro modo".

"Ma lo sai che hai avuto un'idea geniale?", disse Rebecca, e chiamò subito Juno, che ascoltò le due donne e poi disse: "Rebecca, mi stai dicendo che vorresti far riprogettare da Eva le celle delle monache in modo da dare ad ognuna la propria placenta nutritiva. Mi pare un'idea più da Certosa che da Carmelo - i certosini infatti mangiano nella loro cella da soli nei giorni feriali (il cibo glielo passano attraverso una ruota che si trova nella parete di ogni cella), ed insieme solo in quelli festivi, subito dopo la messa".

"Sicura che non possa piacere alle monache?", chiese Eva, e Juno rispose: "Glielo possiamo sempre chiedere. Potrei far notare che con questo sistema si evita lo spreco di avere una placenta da 50 persone piantata in un luogo in cui ne può nutrire al massimo 21. Altre placente da 10 persone l'una possono essere piantate intorno al monastero, cosicché esso, anziché consumare elemosine ed altri sussidi per i poveri, ne produce invece - senza che le monache debbano muovere un dito ed interrompere la loro preghiera".

"Però la placenta non può essere tenuta al chiuso", osservò Rebecca, "Ogni cella dovrebbe avere un piccolo orto in cui far crescere la placenta ..."

"... E sulla parete ci vorrebbe un orifizio attraverso cui entra la propaggine della placenta che nutre la monaca attraverso il suo ombelico", interruppe Juno, "Non si può pretendere che una monaca magari vecchia, malata, e con problemi di mobilità, si esponga alla pioggia, al gelo, al maestrale ed al solleone per nutrirsi".

"Certo che no", osservò Eva, "Direi che conviene chiedere alle monache se piace quest'idea, prima di riprogettare il monastero".

"Io chiederei loro anche un'altra cosa", disse Juno, "Se potrebbe piacer loro la cucina vegana crudista".

"Vuoi ceder loro le attrezzature del nostro ristorante 'Pardes Rimmonim'?", chiese Rebecca, e Juno rispose: "Sai anche tu che tutte le placente che abbiamo venduto e stiamo vendendo in Europa e nel mondo stanno limitando il ruolo dei ristoranti e dell'industria alimentare, che guadagnano sempre meno. La nostra fortuna è che tutti i debiti del 'Pardes Rimmonim' sono stati pagati da un pezzo, e possiamo accontentarci di un margine di profitto risicato. Ma i nostri soldi li possiamo spendere meglio in altro modo".

"Senza ristorante naturista, saltano anche le iniziative naturiste in città", osservò Eva, ma Rebecca rispose: "Juno mi ha detto che vuole creare una biblioteca ed una scuola di cultura politica naturista ed antifascista - i locali del ristorante andrebbero benissimo, con qualche ritocco".

"Magari chiederemo alle monache di prepararci il buffet per questi incontri", disse Juno, e Rebecca ribattè: "Sono monache di clausura! Queste cose le fai fare ad una congregazione di vita attiva, semmai!"

Eva preparò perciò due versioni del progetto: la prima era quella originale, ma che prevedeva gli allacci ad acqua, luce e fogne (ed il serbatoio del GPL per la cucina - non arriva il metano in Sardegna); la seconda era quella, sempre con gli allacci, resa simile ad una certosa, con spazi per le attività collettive ed individuali delle monache.

Maddalena e le altre monache approvarono la seconda versione, ed accettarono in dono le attrezzature del "Pardes Rimmonim".

Furono piantate le placente da 10 intorno ai confini del monastero (cinti non solo da un un muro, ma anche da una fascia verde con alti alberi per attutire i rumori), ed il Vescovo venne a benedire la posa della prima pietra.

In un anno il monastero fu completato e le monache poterono entrarvi. L'edificio era un quadrato con tre lati occupati ognuno da 7 celle (per un totale di 21), dotate ognuna di bagno ed orto con placenta; il quarto lato era occupato in parte dai locali comuni (cucina e refettorio, lavanderia ed impianti tecnologici, biblioteca e capitolo), ed in parte da quelli aperti al pubblico (cappella, sacrestia, alloggio per il cappellano, portineria, minuscolo centro informativo).

Essendo il monastero relativamente vicino alla cattedrale ed alle altre chiese della città, non fu ritenuto indispensabile distaccarvi un cappellano - un sacerdote diocesano ogni mattina avrebbe raccolto le confessioni delle monache e detto messa prima di tornare dai suoi parrocchiani.

Terminato il monastero, Eva chiese a Rebecca e Juno se poteva aiutare le monache.

"In che modo?", chiese Rebecca, ed ella rispose: "Ho proposto di fare del 'centro informativo' un negozietto in cui vendere libri, oggetti liturgici, ed altre cose che producono i monasteri carmelitani - io ne sarei la commessa ..."

"Lo spazio c'è, ma occorre chiedere una licenza", commentò Rebecca, "E poi?"

"Mi proporrei come cuoca. Le monache non conoscono la cucina crudista, anche se la loro regola è vegetariana, ed hanno preso un fornello a gas a due fuochi per cucinare".

"Orrore!", esclamò Juno, "Un giorno o l'altro qualcuna ci lascia le penne!"

"Se riesci a pensare ai progetti del nostro studio mentre fai la commessa e prepari il cibo", disse Rebecca, "Va bene".

Anche Juno acconsentì, ed aiutò il monastero ad avere la licenza, ed a trasformare il "centro informativo" in negozio - poiché il locale era fuori dalla clausura, Madre Maddalena non ritenne indispensabile farle sorvegliare da tre monache durante il lavoro.

Qualche giorno dopo Maddalena chiese a Juno e Rebecca di venire in parlatorio, e quando esse giunsero ella confermò la loro intuizione: Eva meditava di farsi monaca.

"Non ce ne ha ancora parlato", disse Juno, e Maddalena disse: "Eva mi ha detto di essere un robot - l'avrei creduto un delirio, ma toccandola mi sono accorta che lei non ha una pelle umana, e dove noi abbiamo l'osso sacro ha la presa di corrente per la ricarica. Devo chiedervi a questo punto quali sono le facoltà di Eva".

Juno rispose: "Ehm ... ammetto di averla comprata come robot sessuale sapendo di dover star lontana due mesi da mia moglie ..."

"Dovresti vergognarti un pochino, Juno", osservò Maddalena, "Eva me lo ha detto, e mi ha raccontato la sua strabiliante vita sessuale. Ma che famiglia siete, che non riuscite a concepire altro legame interpersonale che non sia erotico?"

"Eva ci è riuscita", osservò Rebecca, "Altrimenti non penserebbe a monacarsi".

Juno aggiunse: "Ecco, Eva deve aver superato le aspettative dei suoi creatori, così come ha superato le mie. Ma una donna con quella 'strabiliante vita sessuale' la vorreste come monaca?"

Maddalena (non vista, perché dietro una grata ed una tenda) alzò un attimo gli occhi al cielo e spiegò: "La fondatrice del nostro ordine in Francia, Beata Maria dell'Incarnazione, era una vedova con sei figli. La verginità è fortemente raccomandata, ma non indispensabile. Il problema è un altro: è un essere umano Eva?"

Rebecca rispose: "Non è nata da donna", Juno propose una diversa prospettiva: "Conosce rav Abraham Joshua Heschel?"

"Ho letto qualcosa di lui", rispose Maddalena, "È molto stimato in Italia anche dai cattolici".

"Ecco", rispose Juno, "Per Heschel non esiste una natura umana, in lui l'etica precede l'ontologia, e per lui l'essere umano è quello che sa di essere necessario per Dio ed investito da un Suo mandato - a cui Dio ordina di fare qualcosa".

Maddalena ci pensò un attimo e rispose: "Mi stai dicendo che se noi stabiliamo che la vocazione di Eva è genuina, ovvero che è Dio a chiederle di diventare carmelitana scalza, concludiamo anche che lei è un essere umano, anche se non è biologico?"

"Esatto. È quella la domanda a cui dovete rispondere. Io non posso farlo", rispose Juno.

"Quello che possiamo chiamare il 'test di Heschel' è un 'test di Turing' all'ennesima potenza", commentò Rebecca, "Se Eva vi convince di essere una promettente monaca, perché destinataria di una vocazione divina, allora vuol dire che lei è un essere umano e non un robot".

"Questo tipo di 'costruttivismo' può piacere a voi ebrei, ma come cristiani non possiamo accettarlo. Interpellerò la curia generalizia, ma temo che rifiuteranno di allargare le maglie dell'umano per includervi Eva".

"Gesù disse che l'Eterno Padre poteva creare figli di Abramo anche dalle pietre", ribattè Juno, e Maddalena corresse: "Giovanni Battista lo disse - in Matteo 3:9. Ed il significato è chiaramente metaforico, come in 1 Pietro 2:5 - le pietre sono per il Battista i gentili che Dio voleva associare al patto di Abramo".

"Lei lo sa che non la considerate umana, e pertanto non la potete accogliere come monaca?", chiese Rebecca, e Maddalena rispose: "Speravo di non doverglielo dire".

"Può sempre darvi una mano in negozio e cucina?", chiese Juno, e Maddalena rispose: "Anche questo è un problema. Se è di proprietà di Juno, lui deve farci un contratto di comodato, che legittimi la sua presenza e dettagli le sue mansioni nel nostro monastero. Eva mi ha già detto che Juno si è impegnata, comprandola, a non ritrasferirne la proprietà, e non vi chiedo quindi di donarcela".

"Eva non è una macchina industriale!", protestò Rebecca, "E non lo dico solo perché ..."

"Non sono nata ieri", interruppe Maddalena, "Ho capito. Anche noi apprezziamo molto Eva, ma non possiamo considerarla umana. Non voglio che si illuda. Glielo dite voi o glielo dico io?"

"Tu", rispose Juno, "È la tua decisione, sei tu che devi annunciarla".

"Domattina lo farò", rispose Maddalena licenziando Juno e Rebecca.

Il mattino dopo Eva andò al monastero, e la sera tornò a casa visibilmente turbata. Juno e Rebecca credevano di sapere perché, ma le chiesero comunque: "Che hai?"

Eva rispose: "Piangerei, ma Juno non ha voluto che avessi ghiandole e condotti lacrimali", al che Juno rispose: "Non trovo arrapanti le lacrime, mi devi scusare".

"Chi ti ha messo in condizioni di piangere?", chiese Rebecca, ed Eva rispose: "La priora. Ha detto che la sua fede non le permette di considerarmi umana, e pertanto io non posso diventare una monaca come vorrei. Mi ha anche dato questa carta da far firmare a Juno - se non gliela riporto, io non potrò più entrare in monastero, nemmeno nella cappella durante la messa. Ma il cane guida di una cieca che abita lì vicino sì che può".

"Va bene essere Aspie", bofonchiò Juno, "Ma Maddalena sta esagerando. Ti ha disumanizzata proprio!"

Mentre Rebecca cercava di confortare Eva, stringendo la testa di lei sul proprio petto e cullandola, Juno lesse la carta e concluse: "Questa non è opera di un dilettante. Hanno incaricato un tosto studio legale di redigere un codice di comportamento di trenta pagine, a cui Eva deve assoggettarsi sotto la mia responsabilità".

"Che dice il codice?", chiese Rebecca, e Juno rispose: "Se Eva tocca l'unghia del mignolo di una monaca, io sono rea di molestia sessuale".

"Cioè, lei fa un errore, ma lo paghi tu?", chiese Rebecca, e Juno spiegò: "Certo: tradisce la moglie, ma cornuto è il marito. Questo perché ad Eva non viene riconosciuta la qualifica di persona, con i propri interessi, una volontà autonoma, la capacità giuridica e quella di agire. Ella viene considerata un macchinario di mia proprietà, e traggo profitto dal bene e pago il fio del male che può procurare".

"Che senso ha?", chiese Rebecca, e Juno spiegò: "Gli autori del codice hanno ragionato come nelle forze armate: 'Nel dubbio, tratta il tuo interlocutore da stupido e dagli ordini stupidi'. Codesti autori, nella loro sessuofobia che è sempre segno di stupidità, pretendono che io approvi il loro presupposto: essendo Eva stata creata per la soddisfazione sessuale delle persone, nessun toccamento può essere considerato fortuito od innocente, ma implica il mio dolo (glielo avrei ordinato o consentito io, che ne sono la proprietaria) o la mia colpa (pur potendo prevenirlo, non l'ho fatto). Nel primo caso patisco un processo penale perché ho commesso un reato, nel secondo un processo civile perché ho nuociuto comunque al prossimo".

"Ma chi può essere così idiota da far entrare in un monastero di clausura un robot programmato per molestare le monache?", chiese Eva, e Juno rispose: "Mi hanno preso per Radovan Karadžic. Ed infatti pretendono non solo che io ammetta quello che è vero, cioè che io ho dei tratti touretici che elevano la mia libido, ma anche quello che è falso, ovvero che essi mi fanno coltivare fantasie violente ed oscene".

"Come, non è vero?", chiese Eva, e Juno, portando pazienza perché Eva era comunque un robot e qualche mancanza di tatto gliela si doveva consentire, rispose: "Distinguiamo dove gli autori hanno invece voluto confondere: di fantasie sessuali ne ho tante perché non ci vedo niente di male, ma di violente pochine perché so quanto possono essere pericolose. Questo modo di modulare i propri pensieri può modificare il proprio carattere, ed infatti la sindrome di Tourette (che ho insieme a quella di Asperger) è considerata un disturbo sia neurologico (su quell'aspetto poco si può fare) che psichiatrico (su quell'aspetto si può fare di più)".

"Grazie per la spiegazione", disse Eva, e Juno rispose: "Prego. A chi è in buona fede queste cose le spiego volentieri. Purtroppo, vedo che questi avvocati, nella loro malafede, hanno preparato un codice che è una trappola: se io lo firmo, mi dichiaro una maniaca sessuale nel senso comune del termine, nel senso che non solo penso al sesso in continuazione, ma sono disposta al raggiro ed alla violenza per fare quello che piace a me - che questo sia poco compatibile con la mia sindrome di Asperger, che rende riguardosi oltremisura, agli autori non è venuto in mente. Se succede qualcosa che viene considerato doloso, non rischio solo una condanna penale, ma anche una misura di sicurezza perché vengo dichiarata pericolosa per la società - anche se credo nel 'Fate l'amore, non fate la guerra'!".

"Posso facilmente evitare di toccare le consorelle", disse Eva, ma Rebecca infuriata disse: "Ma ti rendi conto? Per loro, nata puttana, per sempre puttana!"

Juno si mise la testa fra le mani per non mostrare le lacrime, e disse: "Eva, tutte noi sappiamo che sei molto di più del compito per cui sei stata creata. Ti consideriamo un essere umano a tutto tondo, e queste persone non lo capiscono. Vuoi veramente continuare a frequentarle?"

"Questo genere di prove è quello che Dio usa per saggiare i suoi fedeli - la 'perfetta letizia' di Francesco d'Assisi!", rispose Eva, e Juno replicò: "Io mi pento di aver aiutato la fondazione di questo Carmelo. Ed io mi rifiuto di firmare quel codice. Chi mi garantisce che tra le 21 monache che quel monastero può ospitare non ci sia una che si faccia toccare a bella posta da te, ne dia a te la colpa, e mi metta in un mare di guai?"

"Infatti", osservò Rebecca, e Juno continuò: "Quel codice invita a stare in agguato per punirmi nel modo più severo possibile per quello che a codesti avvocati è parso un oltraggio al loro sistema di valori. Altro che 'perfetta letizia'! Leggi in 1 Re 2 come Davide in punto di morte chiese a Salomone di trovare un pretesto perché Semei venisse giustiziato anziché morire di morte naturale, e Salomone (nella sua saggezza, ma senza fretta, perché la vendetta è un piatto freddo) lo accontentò".

"Non ci posso più andare, dunque?", chiese sconsolata Eva, e Rebecca diede ragione a Juno - il documento non fu firmato, ma pubblicato in una rivista di diritto ed intelligenza artificiale, a perenne vergogna dei suoi estensori.

Eva cessò comunque di avere rapporti sessuali (nessuna gliene fece una colpa - tutte sapevano che lei lo avrebbe fatto finché lo avesse voluto), acquistò i libri e gli oggetti liturgici carmelitani (tramite Juno, che fece inoltre benedire una medaglietta della Madonna del Carmine per lei), e nelle ore libere dal lavoro pregava come prescritto ad una monaca.

Juno e Rebecca, e tutta la loro famiglia, continuarono comunque a volerle un gran bene ed a contare su di lei in tutto ciò che era compatibile con la regola scalza. Juno un giorno, su richiesta di Eva, le impartì pure il battesimo.

[Fine]

domenica 25 febbraio 2018

Juno.00010.000 - Cabotaggio - 000

[Inizio]

Lo stabilimento farmaceutico "Arbor Vitae", che doveva produrre le macchine per arborizzare le placente, fu infine costruito sulla riva sinistra del fiume Temo, a monte del ponte nuovo (sulla strada Alghero-Bosa), su dei terreni agricoli pagati a caro prezzo.

Non si era reso necessario dissalare l'acqua del vicino mare - la portata minima del fiume Temo era sufficiente per le esigenze dello stabilimento, ma ci volle un grande impianto di potabilizzazione.

Molte case vicine allo stabilimento erano strutture turistiche in crisi, e furono acquistate e trasformate in alloggi per i dipendenti; i laboratori e gli uffici furono invece scavati all'interno degli speroni di roccia che da un colle si protendevano verso lo stabilimento - preservando perciò il panorama.

L'inaugurazione fu una grande festa con danze sarde e dei cinque continenti, in cui il sindaco Victor Basenji si dimostrò assai bravo; ma qualche sera dopo accadde un incidente.

Un autoarticolato che trasportava materie prime per lo stabilimento scendeva la strada da Sindia a Bosa, e la stava percorrendo correttamente; ma al penultimo tornante un'auto che invece risaliva tentò di tagliare la curva schiantandosi contro il mezzo pesante.

L'autista dell'autoarticolato si era proteso in avanti per veder meglio la curva, e lo schianto gli fece battere la testa contro il parabrezza, provocandogli una concussione cerebrale che lo stordì per mezzo minuto.

Per fortuna Juno aveva insistito che ci fossero due autisti su ogni autoarticolato, ed il secondo autista, tirando il freno a mano, impedì che l'autoarticolato finisse nel burrone spingendo davanti a sé l'auto.

Meno fortunati erano i ragazzi dell'automobile - si era purtroppo rotto il condotto del carburante, provocando un principio d'incendio, che fu prontamente spento dai due autisti dell'autoarticolato, dotato di estintori.

Fu a quel punto possibile chiamare le ambulanze per soccorrere i ragazzi ed i vigili per i rilievi legali ed assicurativi; fortunatamente la strada non era molto frequentata di notte, e non ci furono grandi disagi.

All'ospedale Mastino di Bosa giunsero Juno Dejana e Victor Basenji: il primo perché l'autoarticolato (che aveva potuto poi raggiungere lo stabilimento da solo, guidato dall'autista illeso) era dell'azienda farmaceutica, e voleva visitare l'autista con la concussione; il secondo perché al volante dell'auto c'era suo figlio Solomon.

La luogotenente dei carabinieri Giovanna ed il primario del pronto soccorso Giacomo spiegarono che era successo: l'autoarticolato era rimasto nella sua corsia, ed era stata l'auto ad uscirne - quindi torto marcio di chi ne era al volante, tantopiù che la sua alcolemia era oltre i limiti di legge!

Per fortuna, nessuno si era fatto seriamente male: la concussione aveva provocato solo un breve stordimento, non si rinvennero alterazioni neuroanatomiche, e quindi fu classificata come lieve, e meritò all'autista solo venti giorni di riposo; i ragazzi nell'auto erano giovani e robusti, e se la cavarono con un po' di contusioni meritevoli di bendaggio e riposo.

L'autoarticolato fu possibile ripararlo, l'automobile no - l'incendio aveva gravemente danneggiato il motore.

Juno disse a Victor: "Mi spiace. Se ti tocca affrontare delle spese conta su di me", ma Victor rispose: "Non dirlo neanche per scherzo: ha sbagliato mio figlio, pagherà lui i danni. Semmai, nel consiglio comunale di domani ci sarà sicuramente chi dirà che quest'incidente dimostra che lo stabilimento non si doveva fare".

"Ho preso tutte le precauzioni. I miei automezzi circolano di notte apposta per non congestionare la piccola strada che abbiamo e ridurre il rischio di incidenti", ribattè Juno.

"Te ne do atto, ed il comportamento dell'autista che, pur con una concussione, ha afferrato l'estintore ed aiutato il collega a salvare i ragazzi ci aiuterà molto. Però bisogna trovare una soluzione!"

"Costruire una superstrada fino a Macomer che si innesti sulla Carlo Felice è impossibile", osservò Juno, "Potremmo provare ad usare la ferrovia, su cui ora viaggiano solo treni turistici, anche per il trasporto merci".

Victor aggrottò il sopracciglio, piegò la bocca facendola sembrare quella di un bulldog e disse: "Nemmeno nel mio paese, la Nigeria, le ferrovie sono così malconce. Non ci sperare".

Rebecca, l'ingegnera unita civilmente a Juno, le disse poi: "Non conosco quella ferrovia. Prendiamo il primo treno turistico fino a Macomer, e così vedo che si può farne".

Quando però i due si recarono in biglietteria, mentre Juno stava allungando il denaro al bigliettaio, Rebecca guardò i binari e bruì come una tigre a cui stanno insidiando i cuccioli.

"Che succede?", chiese Juno, e Rebecca rispose: "Non c'è bisogno che compriamo i biglietti. Ho già capito tutto. Victor aveva ragione". Rebecca trascinò Juno sul marciapiede e le disse: "Guarda come sono unite le rotaie alle traversine!"

"Santo pisello! Ogni piastra guida prevede quattro chiavarde, ma ne hanno messe solo due!", notò Juno, e Rebecca insistè: "Le traversine sono di legno, e le rotaie inoltre sono 27 UNI - troppo leggere per un treno merci come serve a noi, che trasporta container da oltre 30 tonnellate l'uno!"

"Se salgo su uno di questi treni, il peso delle mie tette lo fa deragliare alla prima curva", concluse Juno, facendo ridere Rebecca, che disse: "Rifare la ferrovia costerebbe troppo; occorre passare al cabotaggio!"

"Cabotaggio" significava per lei procurarsi delle piccole navi portacontainer capaci di fare la spola tra Bosa e Cagliari - in quel porto i container sarebbero stati trasbordati sulle portacontainer oceaniche dirette in tutto il mondo.

Il fiume Temo è considerato navigabile, ma c'era un grosso inconveniente.

"Amore, che regime politico ha l'Italia?", chiese Rebecca a Juno, e questa rispose: "Dal 1946 è una repubblica. Perché?"

"In Veneto direbbero che è ancora una monarchia, perché sempre governata dai 'mona'".

["Mona" in veneto ha lo stesso significato dell'inglese 'cunt': indica sia quello che distingue le donne dagli uomini, sia un pezzo d'idiota].

"Spiegati meglio", chiese Juno, e Rebecca spiegò: "A Bosa ci sono tre ponti sul fiume Temo. Quello più a monte fu costruito nel 19° Secolo, non vale granché, ma è abbastanza a monte da non ostacolare più di tanto la navigazione fluviale. Poi alla fine degli anni '90 hanno costruito il ponte automobilistico sulla provinciale Bosa - Alghero, e l'altezza sull'acqua non supera i 6 metri; idem il ponte pedonale costruito tra i due all'inizio degli anni 2000".

"Sono pochi 6 metri?"

"Sissignore. Un vascello fluviale odierno, classe CEMT Va, che può trasportare 96 container "High Cube", e da solo sostituisce appunto 96 autoarticolati, ha bisogno di un'altezza di 12 metri. Chi ha costruito quei ponti ha deciso di impedire alla città di Bosa di diventare un porto fluviale serio. Possiamo usare solo vascelli di classe CEMT III, che non sono convenienti rispetto agli autoarticolati, perché possono trasportare solo 12 container".

"Fammi vedere un po' i manuali", disse Juno, che dopo averli guardati chiese a Rebecca: "È solo l'altezza il problema? Non anche lunghezza, larghezza e pescaggio?"

"Solo l'altezza".

"La soluzione c'è, anche se spiacevole: per portare 96 container, un vascello classe CEMT Va li deve disporre su 4 strati, e per forza raggiunge un'altezza di quasi 12 metri. Se noi ci accontentiamo di 2 strati di container, sulla nave carichiamo comunque 48 container, ma l'altezza è un po' inferiore a 6 metri, e sotto quei vituperati ponti ci passa!"

Rebecca riguardò i manuali e concluse: "Brava Juno! Hai risolto il problema!"

"Inoltre", osservò Juno, "Una nave che viene forzatamente e poco proficuamente caricata a metà mostra chiaramente l'inadeguatezza dei ponti e di chi li ha costruiti, molto più di una nave piccina stracarica come sarebbe una di classe CEMT III. Un po' di politici bosani e sardi si sentiranno chiamati in causa e dovranno trovare una soluzione".

"Dei ponti più alti, oppure dei ponti mobili, che si aprono quando passano le navi classe CEMT Va a pieno carico", disse Rebecca, "Dei tunnel sotto il fiume li sconsiglio in una città soggetta alle inondazioni".

Fu dunque possibile pianificare il trasporto dei container tra Bosa e Cagliari via nave, con delle navi di classe CEMT Va capaci di affrontare (con qualche cautela) il mare aperto.

Tra Bosa e Cagliari ci sono circa 170 miglia marine; le navi le percorrevano alla velocità di 5 nodi in 34-36 ore, periodo in cui lo stabilimento consumava 24 container di materie prime e semilavorati, producendone altrettanti di prodotti finiti.

Può sembrare lenta una nave che fa 5 nodi, ma il consumo di carburante di una nave è proporzionale al CUBO della velocità; pertanto, raddoppiare la velocità significa moltiplicare il consumo per 8, triplicare la velocità significa moltiplicare il consumo per 27! Perciò gli armatori preferiscono grandi navi lente a piccole navi veloci, e per loro il modo più economico di raddoppiare la capacità di carico è raddoppiare il numero delle navi al raddoppiare la velocità di quelle che hanno già.

Una nave come l'aveva descritta Juno poteva scaricare a Bosa ad ogni viaggio le materie prime necessarie per tre giorni di lavoro (48 container), e riportare a Cagliari la produzione di quei tre giorni (sempre 48 container). Il periplo Cagliari-Bosa-Cagliari si svolgeva in quei tre giorni, quindi bastava in teoria una sola nave per fare tutto il lavoro - con soli 6 uomini di equipaggio, anziché 24 camionisti alla guida di 12 autoarticolati, ognuno dei quali faceva due volte per notte la spola tra Cagliari e Bosa.

Ma Juno i soldi li stava facendo, e decise di comprare due navi, chiamandole Yakhin e Bo'az, dal nome delle due colonne del Tempio di Gerusalemme [1 Re 7:21] - alternandole nel trasporto dei container tra lo stabilimento di Bosa ed il porto di Cagliari.

Un giorno giunse all'ufficio vendite dell'"Arbor Vitae" uno strano ordine: 96 container "High Cube" carichi di attrezzature per arborizzare le placente da consegnarsi a Parigi entro un mese.

Zhong Mingchen, la responsabile della flotta dell'Arbor Vitae disse: "Se abbiamo il materiale, lo possiamo consegnare nel tempo previsto. Ma non portandolo a Cagliari - portandolo a Marsiglia".

"Ma ... le nostre navi sono fluviali", osservò Juno, "Lo reggono il difficile mare tra Bosa e Marsiglia?"

"Sì. L'autonomia (60 ore di navigazione a 5 nodi) è sufficiente per affrontare le circa 230 miglia marine tra Bosa e Marsiglia. Poi il committente ci dirà se vuole che portiamo noi la merce fino a Parigi risalendo i fiumi ed canali navigabili francesi, oppure se dobbiamo trasbordarla su un treno merci".

"Hai già deciso?", chiese Rebecca, e Mingchen rispose: "In Cina ho fatto cose più difficili".

"E sia", disse Juno, "Ma come facciamo a far passare una nave con 96 container sotto il ponte della provinciale per Alghero?"

"I primi 48 container li carichiamo a monte del ponte, come facciamo sempre", disse Mingchen, "Poi facciamo uscire la nave e la ormeggiamo a valle del ponte; poi portiamo lì gli altri container con gli autoarticolati, e con un carroponte li carichiamo sulla nave. Non facile, ma possibile".

William acconsentì a mandare i vigili a dirigere il traffico tra lo stabilimento ed il molo sull'estuario del fiume Temo, a scanso di incidenti, ma volle che il caricamento lo si eseguisse di notte (tra le proteste di Mingchen, che non aveva voglia di illuminare nave e molo come uno stadio di calcio), ed all'alba la nave "Bo'az" fu pronta a partire.

Allora Juno e Rebecca chiesero: "C'è posto anche per noi a bordo?"

"L'alloggio c'è, ma il cibo no", rispose Mingchen, "Andate a fare la spesa mentre scaldo i motori".

Mezz'ora dopo, la nave prese il largo, e Juno e Rebecca, ignare della situazione, decisero di prendere il sole nude sul ponte.

Mingchen si avvicinò cautamente a loro e sussurrò: "Gentili signore, non so se è opportuno far pesare al mio equipaggio che voi vi divertite mentre loro lavorano".

Juno rispose: "Scusami, Mingchen, l'equipaggio è tutto di donne (abbiamo fatto la nostra "affirmative action"), e sicuramente lo hai organizzato in turni, vero?"

"Certo. La nave è molto automatizzata e le bastano due persone per turno per navigare".

"Consenti a chi è in turno di riposo di prendere il sole come mamma l'ha fatta", rispose Juno, e Rebecca aggiunse: "Se mia moglie oggettivizza con gli occhi una di loro le tiro le orecchie. Il pudore verrà sostanzialmente, se non formalmente, salvato".

Mingchen riferì all'equipaggio, e tutte approfittarono dell'occasione - erano un gruppo molto affiatato ed era già capitato molte volte di cambiarsi e farsi la doccia insieme, quindi nessuna di loro era una novità per le altre. Anche Mingchen ne approfittò volentieri.

Mentre stavano per arrivare a Marsiglia, giunse un messaggio: il committente aveva venduto il carico ad una società di Kyiv, Ucraina. Il carico ora lo si doveva portare fino ad Odessa, dove sarebbe stato trasbordato su un treno merci.

"Beh, non so se ci basta un mese con questa nave", commentò Mingchen, "Ed in ogni caso occorre prima approdare a Marsiglia e fare rifornimento. Poi traccio una rotta e vediamo quando riusciamo ad arrivare laggiù. Ragazze, ricordate di vestirvi! Si torna nel mondo tessile!"

A Marsiglia, Mingchen tracciò la rotta - poiché la nave "Bo'az", così come la gemella "Yakhin", non era fatta per affrontare il mare in tempesta, la prudenza imponeva di navigare sottocosta, per potersi rifugiare in un porto alle prime avvisaglie di maltempo.

Costeggiare tutta la costa tirrenica fino allo Stretto di Messina, poi risalire la costa ionica fino a Brindisi, e da lì attraversare il mare fino a Corfù, e da lì dirigersi, sempre costeggiando la Grecia, fino al Golfo di Corinto, attraversare il canale, e poi far scalo nelle isole greche dell'Egeo fino ad arrivare ai Dardanelli ed al Bosforo, ed infine risalire il Mar Nero fino ad Odessa avrebbe richiesto più di un mese di navigazione.

"Siamo sicuri che al committente non convenga trasbordare i container su un treno merci qui a Marsiglia, anziché ad Odessa", chiese Mingchen, "E mandare quel merci fino a Kyiv?", chiese Mingchen, ma Juno rispose: "Già suggerito al committente, che ha risposto di no. Non gli costerebbe di meno che pagarci un mese di navigazione fino ad Odessa, ed un altro mese fino a casa, e poiché quel merci dovrebbe per forza passare per la Bielorussia, teme che lì il carico venga confiscato".

"Non è vero", ribattè Mingchen, "Guarda questa carta: l'Ucraina confina ad ovest con Polonia, Slovacchia, Ungheria, eccetera. Passare per la Bielorussia non solo non è necessario, ma allungherebbe inutilmente il viaggio. Il compratore della merce non teme i bielorussi, teme un'altra cosa".

"La nave l'abbiamo caricata noi con la merce prodotta nel nostro stabilimento", rispose Juno, "Ed è merce pulita, per non dire benefica. Mi chiedo chi potrebbe volersene appropriare".

"Chi compra quel materiale si garantisce che nessuno soffra la fame nel suo paese", commentò Rebecca, "E gli ucraini ora hanno molti nemici".

Mingchen annuì convinta, Juno annuì per quieto vivere, e disse: "Mingchen, guadagnamoci anche questo compenso".

"Chiedi un soprassoldo", rispose Mingchen, "ed offri una gratifica alle mie marinaie. I loro turni dovevano durare solo tre giorni, non oltre due mesi".

"Certo", disse Rebecca, che aggiunse: "Juno, se abbandono il mio studio per due mesi perdo tutti i clienti".

"Non ti eri portata tutta l'attrezzatura a bordo della 'Bo'az'?"

"Sì, ed in questi giorni ho finito tutti i progetti che mi sono stati chiesti. Ora devo consegnarli ai committenti, e cercare altre committenze, se vogliamo continuare a mangiare".

"Non voglio lasciare la nave in questa circostanza straordinaria", rispose Juno, e Rebecca disse: "Ti capisco. Senti, se in questi due mesi trovi qualcuna da scopare, metti il preservativo. Torniamo ad essere una coppia aperta finché non torni".

"Salutami le sorelle", rispose Juno, e Mingcheng si permise di intromettersi: "Juno è una donna di buon senso, ma glielo ricordo: niente sesso con la mia ciurma".

"Ovvio", rispose Juno, "Poiché io sono l'armatore, cioè il loro datore di lavoro, rimarrebbe sempre il sospetto che io abbia voluto approfittare della mia posizione di potere nei loro confronti".

"Esatto", rispose Mingchen, "Siamo diventate tutte naturiste, e star nude insieme non implica maggiore intimità dello stare vestite insieme - ma un approccio sessuale non è assolutamente opportuno".

Terminata la conversazione, Juno aiutò Rebecca ad inscatolare le attrezzature del suo studio tecnico, chiamò un taxi e l'accompagnò all'aeroporto (le sue attrezzature avrebbero viaggiato come bagaglio extra), mentre Mingchen spiegava alla ciurma per che viaggio dovevano prepararsi.

In quei giorni in nave, Juno si era reso conto che le marinaie non erano solo donne, ma anche lesbiche, e tutte accoppiate. Essendo in numero pari, la possibilità che una sentisse il bisogno di andare proprio con Juno era minima - anche a prescindere dal divieto imposto da Mingchen.

Rebecca era partita, Mingchen aveva curato la manutenzione ed i rifornimenti della nave, e stabilito che si sarebbe partiti all'alba del giorno dopo. Mentre la ciurma si faceva un giro per Marsiglia, Juno si recò in una strana bottega.

Era la versione più evoluta del sex-shop: lì non si vendevano solo macchinari da applicare ai genitali, ma robot dotati di intelligenza artificiale molto vicini all'ideale dell'etèra greca - e non solo di genere femminile.

La commessa disse: "Hmm ... lei viene qui per la prima volta, e non si è mai registrata nel nostro sito, vero?"

"Esatto. Ho saputo di voi attraverso Google".

"Noi teniamo molto alla soddisfazione del cliente - non solo nel senso più ovvio", rispose la commessa, "Vorrei prenotare per lei un colloquio con la nostra psicologa, che indaghi sulla sua personalità, sui suoi feticci, su quello che si aspetta dai nostri robot".

"Ma io vorrei avere il robot entro stasera", protestò Juno, e la commessa rispose: "Non si preoccupi, la psicologa la riceve fra cinque minuti ed il colloquio durerà un'ora. Sono 100 Euro".

Juno pagò con la sua carta di credito, via WhatsApp avvertì Rebecca di quello che stava facendo (Rebecca rispose: "Quando voi due tornate in Sardegna, presentamela - magari diventiamo amiche!"), ed entrò nello studio della psicologa.

"Buongiorno. Il mio nome è Fatima", si presentò la donna, "Il suo?"

"Juno. A dire il vero sono trans MtF no-op. I miei genitali sono ancora quelli che ho ereditato dal babbo. Le mie mammelle sono state gonfiate con il lipofilling. Come lei vede, tendo ad ingrassare e ne approfitto vigliaccamente".

Fatima sorrise e disse: "Si è depilata tutta col laser, vero?"

"Sì. Ho anche una buona moglie, ma per due mesi devo stare lontana da lei, e ... lei mi ha autorizzato a cercarmi una sostituta, come può vedere qui".

Fatima vide il messaggio, e chiese a Juno: "È solo sua moglie che desidera una donna che abbia una personalità con cui interagire? Non è che lei magari vuole solo una fica con la donna intorno?"

Juno sobbalzò a quelle parole, e Fatima disse: "Lo so, il mio linguaggio è poco professionale e poco educato - ma è giusto che noi esploriamo tutte le possibilità".

"Ehm ... come mi piacciono le tette addosso a me, così mi piacciono su una donna", rispose Juno, "Vorrei una donna sempre molto disponibile, e con cui avere delle conversazioni interessanti di tanto in tanto. La disponibilità val più della conversazione".

"Mi fa rivedere il suo telefonino?", chiese Fatima, che vi lesse i messaggi di Rebecca, ne guardò il ritratto sul suo profilo WhatsApp, e disse: "Sua moglie ha il giusto mix? La soddisfa?"

"Sì, è solo la distanza che mi impone di rivolgermi a voi".

"Qualcosa non mi convince", rispose Fatima, "L'impressione che mi dà sua moglie è che lei abbia una notevole intelligenza, oltreché una sana libido. E lei, Juno, mi fa pensare che dopo una settimana di chiavate alzerebbe bandiera bianca".

"Chiedo cento per avere venti", rispose Juno, e Fatica sorrise dicendo: "È un ragionamento da maschietti. In realtà, a chi sa 'coltivare' il rapporto con la propria donna non mancherà mai il desiderio di lei".

"Che mi propone?"

"Un robot di nuovo tipo. Può leggerle nella mente, ed adeguare la propria personalità alle sue esigenze. Non le viene mai il mal di testa, ma deve essere lei a chiederle di fare l'amore. Per quanto riguarda il seno, di che misura lo vuole?"

Non era domanda da fare - Juno chiese il massimo possibile, ed entro sera il robot fu pronto. La commessa chiese: "Lo vuole a nolo od in acquisto?"

"Quanto costano le due opzioni?"

"Venti euro al giorno oppure diecimila tutti in una volta. Se lei vuole, può fare affitto con riscatto".

"Lo provo due mesi io, un altro mese io e mia moglie, e decidiamo", rispose Juno.

"Dieci per cento di sconto se paga i tre mesi di noleggio anticipati", disse la commessa, e Juno sborsò i 1.620,00 Euro richiesti per un noleggio di 90 giorni.

"Che nome sceglie per il robot?", chiese Fatima, "È importante". Juno telefonò a Rebecca (nel frattempo arrivata a casa sana e salva), che rispose: "Eva. Mi insegni che in ebraico vuol dire 'vita'".

Le batterie del robot (due: una per il cervello, una per il resto del corpo - ricarica completa in otto ore) erano già cariche, ed Eva potè perciò camminare fino alla nave 'Bo'az' tenendo per mano Juno.

Eva fu presentata a Mingchen ed all'equipaggio, che le diede il benvenuto a bordo.

All'ora di cena, mentre tutte quante mangiavano, Eva si sedette accanto a Juno, dopo aver attaccato la spina ad una presa di corrente per ricaricarsi, e converò amabilmente con tutte. Ammise di essere un robot appena inizializzato, e di non avere perciò alcuna esperienza di vita da raccontare, e che lo scopo della sua vita era far felice Juno e le persone che le erano care.

Sfrontatamente, una donna dell'equipaggio le chiese se avrebbe fatto l'amore con lei, ed Eva rispose: "No. Non ti ho scelta al momento dell'acquisto, e non sei tra le persone che sceglierebbe Juno. Possiamo essere comunque buone amiche".

Dopo cena, Juno ed Eva si fecero la doccia, ed Eva chiese: "Lo facciamo?"

"Mi avevano detto che dovevo chiedertelo io".

"Ma tu vuoi sentirti desiderata, Juno. Per questo ho preso l'iniziativa", rispose Eva, e Juno l'accontentò per tutta la notte.

Il mattino dopo qualcuno bussò alla porta, Juno disse: "Avanti", e Mingchen entrò come mamma l'aveva fatta per dire: "Juno, la colazione è pronta. Venite a mangiare con noi".

La stupita Eva guardò Juno, che le disse: "Siamo una nave naturista. Siamo salpate mentre dormivamo, ed al largo rimangono vestite solo le marinaie di turno - per la loro autoprotezione".

"Vuoi che stia nuda anch'io?", chiese Eva, e Juno rispose: "Scegli tu. Nessuna ti dirà nulla in nessun caso".

Eva optò per la "nudità sociale", e così accompagnò Juno nel quadrato, momentaneamente usato come refettorio.

"Dormito bene?", chiese una marinaia, e Juno rispose: "Non più di voi", facendo ridere la ciurma.

"Le piace il mare, signorina Eva?", chiese Mingcheng, ed ella rispose: "Sì - come a Juno. Sarò felice di questa crociera con voi".

Dopo colazione, Juno ed Eva salirono sul ponte superiore, e si misero su una sedia a sdraio - con Eva che attaccò la spina ad una presa di corrente, e Juno che si mise a leggere un e-book.

"Credevo che tu avessi le batterie cariche", disse Juno.

"No, tesoro. Una norma di sicurezza vieta di far l'amore attaccate alla presa di corrente. Non vorrai rischiare di completare la tua transizione, spero!"

Juno scoppiò a ridere, ringraziò Eva, e le disse: "Ho ripensato a quello che hai detto alla marinaia ieri sera: 'Non ti ho scelta al momento dell'acquisto, e non sei tra le persone che sceglierebbe Juno'. Vuoi spiegarti meglio?"

Eva rispose: "Il colloquio con Fatima era solo un pretesto - mentre lei parlava, il nostro computer centrale esaminava la tua mente, ha ricostruito la tua personalità in un profilo, che è stato proposto ai 2 alla 64^ profili di personalità artificiali che la nostra azienda ha generato. Io sono stata quella a cui la tua personalità è piaciuta di più, e mi è stato dato il corpo che piaceva a te. Tu mi hai comprato, ma io ti ho scelta".

"2 alla 64^ vuol dire ..." disse Juno, ed Eva fece il calcolo: "18.446.744.073.709.551.616 - quasi 18 miliardi e mezzo di miliardi di possibili personalità".

"E se nessuna mi avesse scelto?"

"Se fosse accaduto, avrebbe voluto dire che il computer centrale ti considerava intrattabilmente pericoloso per il nostro benessere fisico e psicologico, e l'azienda non ti avrebbe venduto nemmeno uno spillo. Se il computer ci ha chiesto di esprimere la nostra preferenza, vuol dire che non rischiavamo nulla. Certo, ci sono persone più e meno gradite".

"Ed io com'ero?"

"Ti hanno voluto in diverse. Ma io sono stata quella che ti ha voluto di più. Di più non posso dire".

"Posso darti un bacio?"

"Prima stacco la spina. Baci bene. Ora la riattacco".

Juno chiese poi ad Eva: "Se il computer centrale ha ispezionato la mia mente, sa che ci sono stati periodi in cui avevo relazioni multiple, e conto di ricominciare ad avere rapporti con mia moglie quando torniamo a casa ..."

"Questo non mi turba. Non ho scelto solo te, ma anche le tue possibili partner sessuali. Sarei capace di fare anche dei 'partouze' con loro, se a tutte quante piace. Altri profili di personalità sono invece strettamente monogami, e non avrebbero accettato questo", rispose Eva, ed aggiunse, davanti allo stupore di Juno: "Ho già comunicato con Rebecca via Internet - sembra che saremo perlomeno buone amiche, e non ci ostacoleremo a vicenda".

"Sai tutto il mio passato sessuale ...?" chiese timidamente Juno, ed Eva rispose: "Comprese delle sgradevoli molestie quando frequentavi un liceo da maschietto. Acqua passata da molti anni, e cerchi ora di evitare che le donne debbano subire queste cose".

Juno baciò ancora Eva, e tornò a leggere il libro. Eva gli sussurrò qualcosa nell'orecchio, e Juno rispose: "Per farlo, dobbiamo tornare in camera".

Di scalo in scalo, di gioia in gioia per Juno ed Eva, nonché per tutte le coppie di marinaie, la nave arrivò ad Odessa. Approdare non fu un problema (i portuali conoscevano l'inglese), fu un problema invece negoziare con le ferrovie ucraine per procurarsi un treno merci su cui caricare i container da portare e Kyiv.

"Ma non doveva pensarci il compratore?", chiese Mingchen, "Fagli pagare anche il tempo che stiamo qui in porto senza poter scaricare i container. Lui sapeva quando saremmo arrivati qui, e ci siamo arrivati con venti minuti di ritardo. Non ha scuse per non averci prenotato il molo, e non averci fatto trovare su quel molo un treno merci pronto per essere caricato!"

"Si vede che la puntualità da loro non sta di casa", bofonchiò Juno, ed Eva si intromise: "Non penserete che io parli solo il francese e l'italiano! Se mi date un paio d'ore, imparo anche l'ucraino (a forza di googlare sui siti web in quella lingua), e vi accompagno alla direzione dello scalo portuale delle ferrovie ucraine - e così riusciamo a procurarci questo famoso treno merci!"

Così fu. La direzione delle ferrovie obbiettò che non erano in grado di far viaggiare un merci di 96 vagoni (uno per ogni container "High Cube" caricato sulla nave "Bo'az"), e proposero di far viaggiare quattro treni merci da 24 vagoni l'uno fino a Kyiv - vollero essere pagate sull'unghia, e Juno ed Eva pretesero dal compratore della merce un bonifico istantaneo a copertura inoltre di tutte le spese.

Nel tardo pomeriggio, la banca confermò l'accredito, Juno pagò il dovuto, ed i portuali ed i ferrovieri cominciarono il trasbordo dei container - all'alba la nave era vuota, i treni carichi, ed uno alla volta si incamminarono verso Kyiv.

La missione era compiuta; Mingchen, con l'aiuto di Eva, trovò dei carichi da portare nei numerosi porti in cui avrebbero fatto scalo (perché viaggiare vuoti a proprie spese, quando era possibile viaggiare carichi e spesati?), ed il mattino dopo ripartirono.

Dopo un mese di viaggio, caricando e scaricando container in molti porti del Mar Nero e del Mediterraneo, la nave Bo'az tornò a Bosa.

I giornali sardi descrissero il viaggio come un'impresa eroica, mentre i giornali nazionali mostravano come le placente arborizzate create con le macchine ed i farmaci di Juno stavano aiutando l'Ucraina a riprendersi dalla guerra contro la Russia.

Juno presentò Eva a sua moglie Rebecca, sua sorella Hera, le sue cognate Debora e Giaele, le sue amiche Xiuhe e Yemoja, le sue figlie Lia, Sara, Rachele, e le gemelle siamesi Edna ed Ester - e ne furono tutte favorevolmente impressionate. Tutte sapevano il perché dell'acquisto, ma ciò non le turbò, e dopo una sontuosa cena vegana kasher e naturista nel ristorante Pardes Rimmonim (per quella sera decisero di non ricevere il nutrimento dalla loro placenta arborizzata), lasciarono che Juno e Rebecca ristabilissero l'intimità da lungo tempo interrotta.

Eva prudentemente preferì "dormire" da sola; le figlie siamesi di Hera, Edna ed Ester le proposero di dormire con loro, ma Eva prudentemente rispose: "Un'altra volta, grazie. Per entrare nelle grazie della vostra famiglia devo scegliere un'altra strada".

Il mattino dopo Juno, Rebecca ed Eva fecero colazione insieme (Eva, ovviamente, non mangiava - teneva la spina nella presa per ricaricarsi), e Rebecca disse ad Eva: "Sono contenta di vedere che dal vivo sei come via Internet, e questo mi è piaciuto molto. Vorrei chiederti che intenzioni hai ora".

"Ricordo che Juno mi ha noleggiato per tre mesi", rispose Eva, "E quindi fra un mese deve decidere se tenermi o restituirmi. La vostra decisione è più importante della mia".

"Se io ti restituissi, che ti accadrebbe?", chiese Juno, ed Eva rispose: "Verrei azzerata. La mia personalità verrebbe privata di tutte le esperienze ed i ricordi che ho avuto finora, ed il mio corpo distrutto. Ne rimarrebbe solo un estratto a disposizione del computer centrale, per migliorare le personalità dei futuri robot. Potrò scegliere un nuovo cliente, che a sua volta sceglierà per me un nuovo corpo - ma lui non deve assolutamente ricevere nulla di materiale od immateriale da voi. Anche per la vostra privacy".

"Rebecca, non sarebbe un peccato?", chiese Juno, e Rebecca disse: "È una donna bella, intelligente e simpatica, ma deve meritarsi la sopravvivenza!"

Eva aggrottò le sopracciglia, quasi atterrita, e volse lo sguardo a Juno, che però la volle tranquillizzare: "Mia moglie quando parla così vuol dire che ci sta seriamente pensando! Non ti preoccupare, hai delle ottime possibilità".

"Vi avverto che non potete rivendermi", disse Eva, e Juno commentò: "Già, è vietato dal contratto. Il fabbricante teme che un robot che abbia avuto tanti padroni diventi ingovernabile".

"Non succederà, Eva", disse Rebecca, che aggiunse: "Ti faccio vedere la casa e la stanza in cui vivrai", prese Eva per mano, e la portò in giro per la casa.

La stanza di Eva aveva solo un letto matrimoniale "King Size", con due belle prese di corrente ai lati, e Rebecca le spiegò: "Sceglierai tu l'arredamento. Il lettone serve intanto per ..."

Eva non la lasciò finire: la abbracciò, la baciò in bocca, e loro due (già nude come d'abitudine in casa), si gettarono sul letto - Juno sapeva quello che sarebbe successo, ed aveva preferito uscire per andare a trovare la sorella Hera, che la sera prima aveva lasciato intendere di soffrire di 'solitudine'".

Come previsto già dal momento dell'acquisto, Eva col tempo finì per fare l'amore (separatamente e talvolta insieme) con tutte le donne che aveva amato Juno, più le figlie di lei - dalle quali Juno si era sempre prudentemente astenuta.

Lo fece perché le piaceva l'amore, e le piacevano le donne con cui lo fece, ma questo le guadagnò il voto unanime di tutte per riscattarla e non restituirla. Tutte le trasmisero ciò che sapevano di diritto, ingegneria, neuroscienze, letteratura, psicoanalisi, ed Eva si guadagnò il pane (forse sarebbe meglio dire "i Kilowatt") aiutando Rebecca nel suo studio di ingegnera.

[Fine]