giovedì 17 agosto 2017

49069NU.00002.004 - Il cliente genderqueer - 004


Rebecca e Leonida, da quel giorno per dieci giorni di seguito, provarono anche la "bedworthiness" delle case in vendita in città che rispettavano i requisiti di Leonida. La loro fortuna era che non erano stabilmente abitate, e quando Rebecca portava Leonida a vederle, erano vuote. Leonida portava delle lenzuola pulite nel suo zaino, che alla fine venivano messe nello zaino di Rebecca, e portate in una lavanderia a gettone per ritornare immacolate!

Le case da visitare erano tante, e pur facendo gli straordinari, ci vollero appunto dieci giorni per provarle tutte. Nessuna però eguagliò i pregi della casa a mezzacosta, con una sola strada carrozzabile che la raggiungeva, e circondata da vicoli in cui Leonida non ci passava - la casa Rebecca in cui aveva mandato ad abitare Leonida dopo lo sfratto da Antonia.

Leonida poteva pagare la casa e la ristrutturazione senza bisogno di un mutuo, la pignola venditrice si era da tempo assicurata che le carte fossero a posto, ed in due giorni il notaio potè rogare l'atto di compravendita, e registrarlo il terzo. Rebecca aveva predisposto un progetto di ristrutturazione, e predispose la domanda di cambio di destinazione d'uso per la parte dell'edificio che doveva essere dedicata ad attività culturali.

Leonida approvò il progetto, ma bocciò la domanda del cambio di destinazione d'uso.

"Perché? Se fai una riunione ogni tanto in casa va bene, ma se diventa una cosa abituale, devi creare un'associazione di promozione sociale (una congregazione religiosa richiederebbe tante carte da farti pentire di essere nato) a cui affidare questo ed altri beni necessari per la sua missione".

"Non è solo il fatto che prima è meglio trovare le persone, e poi costituire l'associazione. La domanda presuppone che io rimanga scapolo, ed abbia bisogno di soli 28 mq per vivere. E se ci mettessimo invece insieme?"

Rebecca trattenne un attimo il fiato. Sapeva che il problema si sarebbe posto, e sapeva che non poteva risolverlo. Gli chiese: "Vuoi che continuiamo a frequentarci come adesso, o vuoi che viviamo insieme?"

"Che viviamo insieme".

"Non me la sento. La mia casa, il mio ufficio di agente immobiliare, lo studio ingegneristico che sto allestendo, sono le basi della mia indipendenza".

"Sono cose che dividi con le tue sorelle".

"Nella mia camera, nel mio ufficio e nel mio studio loro non entrano - tengono le chiavi solo per il caso di emergenza".

"Trovo l'amore e devo vivere solo?"

"Da quando hai divorziato?"

"Tre mesi".

"Troppo pochi per riprendere una convivenza. Non vorrei che tu ti fossi sposato per sfuggire alla solitudine, e non abbia ancora imparato la lezione".

"Non dire a me che non so vivere in solitudine. Mi sono sposato assai tardi, e tu non hai mai lasciato le tue sorelle!"

"Beviamo un bicchier d'acqua, ci calmiamo e riprendiamo a discutere?", chiese Rebecca, per non rischiare un'escalation.

Leonida accettò, e dopo la pausa Rebecca disse: "Mi spiace, ma sono stata più volte avvertita che cominciare subito a convivere, come vorresti tu, può compromettere seriamente un rapporto. Inoltre, il trasloco mi distrarrebbe dagli studi, ed ora devo completare la tesi magistrale. Direi di riparlarne dopo la laurea magistrale. Inoltre, sono stata già contattata da Abbanoa [l'ente che gestisce le acque in Sardegna] per un bel lavoro dopo la laurea, ed a quel punto sarò spesso via per lavoro. Dovremo ridurre la frequenza dei nostri 'incontri'. Ci siamo 'divertiti' tanto in questi giorni, ma nessuna coppia riuscirebbe a continuare a lungo a questo ritmo. Mi dispiace ancora".

"Su di te non posso contare, insomma", e Rebecca rispose: "Per l'amore sì, per rimediare alla solitudine no. La solitudine non dipende dall'amore che ci viene offerto - è un sentimento che nasce da noi stessi. Ho conosciuto gente che aveva una bella famiglia, tante occasioni e tanti spasimanti, ma si sentiva comunque sola".

"Sapevi il perché?", chiese Leonida, e Rebecca rispose: "Quello che ho capito di loro, è che la solitudine è stata la loro trappola. Per sfuggirle, si sono sposati con persone che li amavano, ma che non erano capaci di farli contenti. Forse pretendevano troppo da loro, e forse chi li ha sposati non si è reso conto di ciò che i loro coniugi esigevano da loro".

"Cattiva comunicazione", osservò Leonida, e Rebecca disse: "O troppa fretta. Mio padre ci ha messo due anni a convincere mia madre a fidanzarsi con lui, e loro si sono sposati dopo altri sette. Certo, hanno poi dovuto ricorrere alla FIVET, ma mio padre non si sentiva solo come te".

"Mi stai patologizzando", disse Leonida, cercando di non dare l'impressione di essere arrabbiato.

"Alla tua felicità manca un elemento che non posso fornirti io. Forse la Sindrome di Asperger ti ha fatto passare una catastrofica infanzia (io ho avuto la fortuna che con due sorelle coetanee Aspie, avevo sempre chi mi sosteneva emotivamente, ed anche i miei genitori, pur neurotipici, hanno sempre fatto tanto per noi), in cui ti sei sentito indegno e non amabile - perché neurodivergente. Non posso risarcirti di quello che ti è mancato. Forse ci ha provato la moglie che hai lasciato, e non le è andata bene".

"Ho divorziato quando ho capito che il mio matrimonio era stato contratto per equivoco, ed avevo raggiunto la consapevolezza dell'incolmabilità di questa lacuna. Non mi stai dicendo cose che non so. Ti informo che non sei tenuta a farmi stare meglio, ma mi stai facendo sentire peggio".

"Il problema non è solo tuo", disse Rebecca, "La verità è che io sono una 'poliamorosa solista' - ho rapporti con più persone, ma non voglio far coppia con nessuna di loro, e voglio continuare a frequentarle. C'è stata una manchevolezza etica, perché ti ho rimorchiato senza dirtelo - ma gli altri miei partner me ne avevano dato licenza, ed in quel momento non sembrava importante dirtelo. Non immaginavo che da un incontro di una sera in due settimane si sarebbe passati a discutere se diventare una coppia o no".

"In effetti, era congetturabile che tu non fossi monogama, visto che tu eri venuta a letto con me la sera stessa in cui mi avevi conosciuto - una persona monogama avrebbe aspettato un po'. Non hai parlato, ma il messaggio era chiaro. Non devi accusarti di violazione dell'etica poliamorosa. Però, ora che tu mi hai rimesso al mio posto, ed hai dichiarato che sono inadatto ad una relazione impegnativa ..."

"Non è vero!"

"Mi hai detto che mi manca quello che viene chiamata 'la base sicura', e che pertanto i miei attaccamenti sono insicuri; ed hai apprezzato il mio amore finché è rimasto separato dall'attaccamento - quando l'ho messo sul piatto, hai detto di voler uscire dal gioco, perché era un danno, non un guadagno. Quello che ho imparato sul poliamore mi fa pensare che la sua ambizione sia separare l'amore dall'attaccamento - cosa possibile in una società opulenta in cui è possibile sopravvivere con legami erotici e labili anziché con legami affettivi e solidi. Tutti obbiettivi leciti, purché perseguiti con consapevolezza ed onestà".

"Ammiro il tuo acume. Cosa volevi dire quando ti ho interrotto?"

"C'è posto per me nella tua vita?"

"Sì. Vivendo però separati ed accettando la non esclusività. Come hai appena detto, voglio che il nostro sia un rapporto erotico, ed anche amicale, ma che non implichi attaccamento".

"Posso pensarci un poco?"

"Certo. Ero io prima a chiedere la pausa di riflessione".

"Il piano di ristrutturazione?"

"Puoi farlo partire quando vuoi. Secondo il mio progetto, si farà una stanza alla volta, in modo che tu possa spostarti dall'una all'altra via via che proseguono i lavori. Mi sarebbe piaciuto farti da capocantiere, ma finché non liquido l'agenzia immobiliare, non mi è permesso. Ma ti trovo un'ingegnera donna brava, ed avrai un lavoro ben fatto!"

"Grazie, amore".

Rebecca baciò Leonida e disse: "La pausa di riflessione comincia ora, tesoro".

[Fine]

mercoledì 16 agosto 2017

49069NU.00002.003 - Il cliente genderqueer - 003


Erano già arrivate Debora e Giaele in pizzeria, ed avevano riservato un tavolo. Si presentarono a Leonida, il quale, notando la somiglianza, chiese loro: "Siete gemelle?"

"Non monozigotiche", precisò Giaele, "Siamo semplicemente tre sorelle che sono nate insieme".

"Che io sappia è rara la gemellarità in Sardegna", osservò Leonida, e Debora rispose: "Nostra madre buonanima aveva fatto ricorso alla FIVET per averci. Tutti i tre embrioni impiantati sono sopravvissuti, ed eccoci qua".

"Condoglianze. E vostro padre?"

"Amava tanto la mamma che è morto un mese dopo di lei", disse Rebecca.

"Di cosa è morta?"

"Latrodectismo", rispose Giaele, "Ovvero è stata morsa dalla malmignatta, un ragno velenoso che si trova nelle campagne della Sardegna. È rara invero la morte per una cosa del genere, ma la nostra gravidanza ..."

"... Ed allattarci tutte e tre insieme fino alla prima elementare ...", osservò Rebecca

"... Aveva lasciato la mamma di cagionevole salute", terminò Giaele.

"Eravate giovani?"

"Appena diplomate", rispose Rebecca, "Debora ha preso in carico l'oreficeria di famiglia, e noi siamo andate avanti negli studi. I miei li conosci, e Giaele è un medico ..."

"Neurochirurgo!", precisò Giaele, "Così rendo onore al mio nome!" (Giudici 5:24-27)

Tutti risero, e Rebecca continuò: "Ora è il turno di Debora di iniziare gli studi universitari".

"Che studi?"

"Sono ragioniera", rispose Debora, "ma mi sono iscritta a Lettere, indirizzo Classico. Per la magistrale penso di studiare Lettere, Filologia Moderna e Industria Culturale, indirizzo Lingua, Letteratura e Geostoria della Sardegna. Non posso fare dei bei gioielli sardi se non conosco la storia dell'isola. Conto su Rebecca per delle ripetizioni di latino e greco".

"Tu, invece?", chiese Rebecca, "Sei molto curioso, ma di te ci hai detto poco".

"Vengo dalle montagne della Sardegna, ma ho sempre vissuto in Continente. Lì mi sono laureato in Giurisprudenza, e per molti anni ho lavorato nell'ufficio legale di un'importante banca. Dopo la pensione mi sono laureato in Lingue e Civiltà del Mediterraneo - le lingue che ho studiato erano l'arabo, l'ebraico ed il persiano, e spero ora di creare una sinagoga umanistica in questa cittadina".

"Moglie, figli?", chiese Debora, e Leonida rispose: "Sposato in tarda età, divorziato senza figli miei. Ho deciso di non accettare più compromessi, nemmeno nel mio aspetto, e ne vedete ora il risultato".

"Cos'è una sinagoga umanistica?", chiese Giaele, e Leonida rispose: "Per la maggior parte degli ebrei, essere ebreo significa sia appartenere ad un popolo che praticare una religione, dei cui precetti ci sono molte interpretazioni - come dice un midrash, 'Settanta facce ha la Torah', e prima ancora un salmo diceva: 'Una parola ha detto Dio, due ne ho udite'. Noi ebrei umanisti riteniamo che si debbano separare le due cose, e che sia possibile venire adottati dal popolo ebraico assumendo la sua identità ed aderendo alla sua cultura, senza bisogno di aderire alla sua religione. L'unico precetto che chiediamo di adempiere è la Regola Aurea: 'Quello che ti è sgradito, al tuo prossimo non lo fare'".

"Vuoi fondare un luogo di culto per una non-religione?", chiese stupita Rebecca, e Leonida rispose: "Una sinagoga umanistica assomiglia molto ad un'associazione di sardi dell'emigrazione. In questa 'sinagoga' noi coltiviamo la nostra identità individuale e collettiva, attraverso incontri ed eventi culturali".

"Ti sei spiegato benissimo", disse Debora, "Ma mi chiedevo fino a che punto è compatibile l'ebraicità con la sardità".

Rebecca rispose: "Compatibilissima. Ci sono stati molti ebrei sardi, e delle comunità organizzate a Cagliari, Alghero, Bosa, Iglesias, Sassari, fino al 1492, quando la corona spagnola costrinse gli ebrei dei suoi domini a scegliere tra la conversione e l'esilio, durato fino al 1720, quando giunsero i Savoia nell'isola. Attualmente l'isola è nel territorio della Comunità Ebraica di Roma".

"E ci sono molti tratti sardi che fanno pensare ad un retaggio ebraico importante", osservò Leonida.

"Cioè?", chiese Rebecca, e Leonida spiegò: "Tacito e Svetonio riferiscono che l'imperatore Tiberio, dopo dei tumulti avvenuti a Roma tra i seguaci di Iside e gli ebrei, mandò 5 mila di questi ultimi in esilio in Sardegna, a combattere i briganti delle montagne da cui vengo".

"Questo ce lo insegnano alle elementari; ci dicono anche che il termine sardo per 'venerdì', 'chenàpura' nel nostro dialetto, nasce da 'coena pura', un'espressione degli ebrei di lingua latina per indicare la vigilia del Sabato e delle feste", disse Giaele, e Leonida continuò: "Ringrazio Agostino d'Ippona per averci tramandato questa notizia; però pensavo ad un'altra cosa - conoscete la Sindrome di Asperger?"

Le tre sorelle scoppiarono a ridere e dissero: "Ci hanno diagnosticate tutte e tre!"

Giaele aggiunse: "Anche tu, scommetto, Leonida".

"Reo confesso. Mi era venuto il sospetto che almeno Rebecca lo fosse".

"Dura trovare una lesbica neurotipica e non-binary-friendly di questi tempi, vero?" chiese ironicamente Rebecca.

"Però mi devi spiegare che c'entra la Sindrome di Asperger con gli ebrei e con i sardi", osservò Debora.

"Sia gli ebrei ashkenaziti che i sardi, specialmente quelli del Capo di Sopra, hanno una prevalenza della Sindrome di Asperger molto superiore alla media americana. In America si dice che 1 persona su 68 è Aspie; nelle scuole del Capo di Sopra pare che 1 alunno ogni 20 sia Aspie".

"Ma gli ebrei ashkenaziti sono quelli dell'Europa del Nord e dell'Est", osservò Giaele.

"Eheh, tu mi hai ricordato la parola 'chenàpura'", ribattè Leonida, "Ed io ti cito la parola 'bentshen', che in yiddish vuol dire 'benedire'. Secondo voi, da dove viene questa parola?"

"Sembra latina", osservò Rebecca, "'benedire' in tedesco si dice 'segnen' oppure 'weihen'".

"Esatto. È una delle parole più antiche della lingua yiddish, e risale al momento in cui degli ebrei di Roma, dopo le conquiste di Giulio Cesare, si stabilirono lungo la Valle del Reno. Lì e nel nord della Francia crearono la tradizione ashkenazita, che poi si estese all'Europa dell'Est".

"Stai dicendo che gli ebrei romani hanno regalato a noi sardi ed agli ebrei ashkenaziti i tratti autistici che noi ora constatiamo nella clinica - ed in noi stesse ed in te?", chiese Giaele, che aggiunse, "Ci vorrebbero delle serie ricerche comparative di genetica della popolazione per verificarlo o falsificarlo. Tantopiù che non esiste un singolo fattore genetico responsabile dell'autismo, o della Sindrome di Asperger".

"La sinagoga umanistica potrebbe occuparsene. Io non chiederei a chi la frequenta di abbandonare la propria religione - chiedo solo di approfondire il retaggio ebraico dei sardi, e questo potrebbe farne parte".

"Questo è un progetto interessante", disse Debora a nome di tutte le sorelle, ed aggiunse: "Sta arrivando la pizza. Approfondiremo dopo. Buon appetito!"

La conversazione proseguì poi in tono leggero, anche se Debora non riuscì a trattenersi dal chiedere a Leonida: "Conosci il rituale dell''argìa'?"

"Nella mia zona d'origine non si praticava. Devo documentarmi".

Debora aveva fatto la domanda con cattiva intenzione, ma se ne pentì e disse semplicemente a Leonida: "Il rito forse no, ma la premessa somiglia a quella del 'Dybbuk' cabalistico. Mentre però nel dramma di Ansky, è l'anima di un uomo che possiede una donna, nell''argìa' è l'anima di una donna che possiede un uomo, ed il rituale ha scopo esorcistico".

"Pensi forse che io sia un'argìa?", chiese Leonida, e Debora rispose: "Non voglio offenderti, però mi pare strano che un uomo della tua età stia cercando di assumere l'aspetto di una donna in avanzata gravidanza - una delle forme dell''argìa' è proprio quella della partoriente".

Giaele dovette intervenire: "Molte persone 'genderqueer' sono in Aspie e viceversa. Non c'è bisogno di diagnosi fantasiose, Debora".

Rebecca disse: "Non è che l''argìa' rappresenti l'irruzione dell'archetipo di Era? Le varie forme dell''argìa' registrate sono la nubile, la sposa, la partoriente, la vedova - tutte fasi della vita sessuale e riproduttiva della donna a cui sovraintendeva Era! E ad Era erano sacri i leoni - e come ti chiami tu? Leonida!"

Giaele si mise la mano in testa e disse: "Ragazze, state dicendo cose intelligenti nel setting sbagliato".

Leonida rise dicendo: "Cosa tipicamente Aspie!", e riprese: "Ci ho pensato, ma che c'è di male ad essere un'argìa?"

Rebecca: "Te le suonano! Anche il più antico strumento musicale sardo, le launeddas, è in diverse fogge, tra cui la 'pippia = bambina', ' fiuda bagadìa = vedova zitella', 'mongia = monaca'. Non voglio dire che ti picchiano, voglio dire che quando emerge un archetipo, ne vieni usato. Le launeddas non suonano da sole, sono suonate - e suonatrici di launeddas, a cominciare da Federica Lecca, stanno nascendo solo adesso!"

Giaele: "Anche perché le launeddas sono molto simili alla siringa, o flauto di Pan. Venivano usate nell'antichità in riti orgiastici che celebravano la fertilità della natura, interpretata da uno sguardo maschile. I balli sardi di oggi di quei riti sono solo un ectoplasma, ma danno lo stesso un'idea delle forze spirituali in gioco".

Leonida: "Vi ringrazio per avermi dato l'idea di scrivere un articolo che paragona il 'Dybbuk' all''Argìa'. Tra l'altro, una delle cose che ho scoperto guardando in Internet mentre ridevate sulle mie tette (sempre meglio che alle mie spalle), è che Argìa era la cognata di Antigone perché ne aveva sposato il fratello Polinice, e la aiutò a ricuperare e seppellire il corpo del fratello e marito. Argìa fa una cosa legalmente vietata, ma moralmente necessaria. Sbaglio ad ispirarmi a lei?"

Giaele disse: "No. Però 'argìa' è il nome sardo della malmignatta, il ragno che ha ucciso nostra madre. Come mai, se sei un''argìa', finisci con l'incontrare proprio noi? Dobbiamo capire che missione devi compiere, benefica o nefasta per noi e la città".

"Vi capisco", bofonchiò Leonida prima di riprendere a mangiare la pizza; a Rebecca spiacque il come ci si era rivolte a lui, e cercò di confortarlo parlando del suo interesse speciale per la mitologia greca. Altre persone si sarebbero arrabbiate, ma Leonida era intellettualmente abbastanza curioso da apprezzare delle considerazioni che avrebbero fatto invidia a Roberto Calasso, le apprezzò come un omaggio alla sua intelligenza, e cercò di rispondere a tono, od almeno di incoraggiare Rebecca a parlare.

Vide anche sul web che gli antropologi avevano già notato il rapporto tra "dybbuk" (nella versione di Ansky, un'anima maschile che possiede una donna), "tarantismo" (idem, in Puglia) ed "argìa" (un uomo posseduto da un'anima femminile, in Sardegna), e disse a Rebecca che l'articolo non l'avrebbe perciò scritto, visto che non aveva niente da aggiungere a quello che era già noto. Ma i ringraziamenti per averlo incoraggiato a documentarsi erano comunque validi.

Tra un interesse speciale e l'altro di cui parlare a lungo, l'intesa si approfondì tanto da indurre Debora e Giaele a scambiarsi ogni tanto lo sguardo d'intesa ed i sorrisi di chi si trova a reggere il moccolo!

Pagato il conto, Debora e Giaele andarono a casa, Rebecca si offrì di riaccompagnare a casa Leonida, perché non si perdesse tra i vicoli che si arrampicavano sul colle - e Leonida, col pretesto che Google Maps per cellulari non era abbastanza preciso per le calli di Venezia, i caruggi di Genova, ed i vicoli di quella cittadina sarda, accettò volentieri.

Davanti alla casa di Leonida, Rachele lo abbracciò, e lui la baciò. Entrarono in casa e non ne uscirono fino al mattino. Non c'era caffè in casa, e dovettero andare a berlo in un bar, mano nella mano, stupendo la barista.

Si sedettero ad un tavolino, e Leonida chiese: "Non eri lesbica?"

"Me lo sono chiesto un migliaio di volte stanotte", rispose Rebecca, "Ed oltretutto, non è consigliato andare a letto con i clienti. Si perde la lucidità, e non sempre sono loro a guadagnarci".

"Non è che sei per caso bisessuale?", propose timidamente Leonida; Rebecca fece di no col dito e disse: "No, non ho più avuto rapporti con ragazzi da quando facevo le medie inferiori, e non vedo motivo di cambiare atteggiamento. Forse ha ragione Debora, o forse ha ragione Giaele."

"Cioè?"

"Debora ha detto ieri sera che sei un''argìa', Giaele, mentre pagavi il conto, che sei 'bigender'. In entrambi i casi vuol dire che hai una forte componente femminile, e quella mi ha attratto oltre le tue fattezze".

"Potrebbe darsi. Ma hai fatto con me cose che potresti fare solo con uomo".

"No. Ci sono le protesi. Ne faccio volentieri uso. Da sola ed in compagnia. Puoi avere qualsiasi anatomia, ma devi essere femminile dentro per attrarmi".

"E adesso che facciamo?"

"Fra poco abbiamo appuntamento con un altro proprietario di case, che ti mostrerà che cosa può venderti. Ti accompagno?"

"Non puoi dirgli di lasciare la casa vuota, così la esploriamo con comodo?"

"E magari ne valutiamo anche la 'bedworthiness = attitudine alle cose da letto'? Quando sarò ingegnera idraulica ti lascerò la mia agenzia immobiliare, anziché chiuderla, perché sono sicuro che, se non la fai prosperare, ti divertirai comunque un mondo ad interpretare in modo creativo questo mestiere!"

49069NU.00002.002 - Il cliente genderqueer - 002


Antonia e Rebecca lo aspettavano alla fermata dell'autobus che veniva dall'aeroporto, e sgranarono gli occhi quando lo videro, perché aveva un seno molto più grande che in fotografia.

Salutò cordialmente le signore, si mise sulle spalle lo zaino da montagna (costruito in modo da scaricare il peso sul bacino e non sulla colonna vertebrale), e si mise a camminare aiutandosi con i bastoni da Nordic Walking.

"Immagino di avervi stupite", disse Leonida, "Ma se metto su Facebook le foto con il mio aspetto attuale, vengo importunato da persone che mi offrono soldi di cui non ho bisogno".

"Ehm ... come si è procurato questo aspetto?", chiese un po' sfacciata Antonia, e Leonida rispose: "Il laser fa miracoli con i peli, ed il lipofilling ha spostato il grasso dal girovita al seno - di grasso ce n'era davvero tanto! La femminilizzazione del viso la farò dopo aver acquistato la casa. Dov'è però la sua casa, signora Gonnesa?"

"L'accompagniamo", rispose Rebecca, infilando la mano sotto il braccio sinistro di Leonida. Antonia preferì invece restare a mezzo metro di distanza.

"Si è fatto un'idea ...", chiese Rebecca prima che Leonida la interrompesse: "Mi fa piacere che mi prenda a braccetto, ma forse è meglio allora darsi del tu".

"Giusto, Leonida", rispose Rachele, "Che casa ti interessa?"

"Una casa di due piani, in cui io possa abitare al pianterreno, e si possano svolgere attività culturali al primo piano".

"Non abbiamo molte case così qui", osservò Rebecca, e Leonida rispose: "Vanno bene anche i terracielo che vedo lungo la via. Vuol dire che io abito al primo piano, e le attività culturali le facciamo ai piani superiori. Ci vuole quindi un montascale. L'ultimo piano deve ospitare almeno dieci persone in un locale unico - anche a costo di abbattere le pareti interne".

"Questi terracielo hanno secoli sulla groppa, e tutti i loro muri sono portanti. Dovresti rivolgerti ad un ingegnere (per esempio a me) prima di fare una cosa del genere. Cerco per te una casa moderna".

Erano intanto arrivati davanti alla casa di Antonia, Leonida diede un bacetto a Rebecca, che gli diede appuntamento per il mattino dopo.

La sera Antonia telefonò esasperata a Rebecca: "Trovami subito un'altra casa per Leonida!"

"Che è successo?"

"Lui continua ad andare in bagno (dice per colpa della prostata), e dopo la disavventura con Anselmo c'è solo un bagno funzionante in casa mia. Oltretutto la porta non si chiude (mi ero barricata lì dentro con il gioiello, ed Anselmo ha rotto la serratura), ed io devo fare i salti mortali per non vedere ciò che non voglio".

"Non si può mettere una tenda per la decenza almeno?"

"Non ne ho di adatte ed ora i negozi sono chiusi".

"Hai preso proprio una bella gatta da pelare! Comunque, credo di avere la soluzione per te. Vengo subito".

Rebecca si recò da Antonia con una sacca ed plico sottobraccio, e disse a Leonida: "Forse ho trovato la casa che fa per te. È antica, e non costa molto. Va ristrutturata perché manca perfino la stufa a legna, ma ha spazio sia per te che per le attività culturali che ti proponi. Siamo in estate, ma è relativamente fresca, e la proprietaria acconsente che tu alloggi lì. Anziché pagare Antonia, paghi lei. Nei prossimi giorni ti farò vedere altre case, ma questa è carina".

Leonida guardò il fascicolo e disse: "Casa insolita, ma interessante. Val la pena visitarla".

"Ti ci accompagno. Sono pochi passi a piedi da qui".

Leonida fece i bagagli, ringraziò Antonia, e si fece accompagnare da Rebecca. La casa non era in piano, ma sulle pendici di un colle, ed il percorso scelto da Rebecca passava per dei vicoli così stretti che Leonida si lamentò: "Le mie tette hanno bisogno della targa! Qui non ci passano!"

Rebecca ridendo ribattè: "Che dovrei dire io, che le ho così fin dalle scuole elementari?"

"Sarebbe stata diversa la mia vita se ti avessi conosciuto prima!"

"Sono lesbica, non ci contare".

Leonida non ribattè, e fu contento di notare che la casa scelta da Rebecca era vicino ad un ristorantino; Rebecca aprì la porta, il rubinetto dell'acqua, l'interruttore della luce, e disse a Leonida: "Come hai visto dalle mappe, questa casa si sviluppa su tre piani ed ha tante stanze - quella all'ultimo piano contiene dieci persone senza stringerle troppo. Ti faccio vedere tutte le stanze, cosicché tu possa scegliere in quale dormire. Domattina, alla luce del sole, apprezzerai meglio che cosa offre questo edificio".

Il tour della casa entusiasmò Leonida, anche se dovette notare che le scale erano strette, ed i montascale non avrebbe potuto portare all'ultimo piano delle carrozzelle a motore.

"Io farei così al tuo posto", disse Rebecca, "Il locale al piano terra è tecnicamente una cantina - una volta era la stalla dell'asino; io metterei delle prese per la ricarica di codeste carrozzelle, e se si presenta un'ospite che la usa, le presterei una carrozzella leggera senza motore che i montascale che puoi installare possono portare ovunque".

"Se non trovo casa più bella, faccio come suggerisci", rispose Leonida, e Rebecca disse: "Ci sono molte cose in questa casa, ma il letto manca. Nella sacca c'è un materassino pneumatico a pompa elettrica. Dove lo metto?"

"Al pianterreno, vicino al primo bagno?"

"Te lo sconsiglio. In questa città tutti i pianterreno sono umidi".

"Al primo piano, dove siamo ora. Sposto il tavolo di cucina e ci metto il materasso".

"Ok", disse Rebecca, che collegò la pompa ad una presa elettrica, ed iniziò il gonfiaggio.

"Bello. Ma è matrimoniale?", osservò Leonida.

"Perché questo ho a casa. Io e le mie due sorelle lo usiamo per viaggiare in nave, perché piazzandolo sul pavimento di un corridoio, riusciamo a dormire decentemente senza pagare una cuccetta od una poltrona".

"Già, quello che in gergo si chiama 'passaggio ponte'", osservò Leonida, che si chiese come potessero stare tre donne con le misure di Rachele su quel materasso, e rise pensando che lui avrebbe fatto fatica a farci stare tutto il suo petto.

Terminato il gonfiaggio, Rebecca disse a Leonida: "Devo farti firmare il contratto d'affitto. La proprietaria è pignola, e se puoi pagarla subito è meglio".

"Non ho molti contanti qui".

"Ho il POS che si collega al cellulare. Poi le fo il bonifico".

Leonida firmò, pagò, prese le chiavi ed accompagnò Rebecca al pianterreno; uscì con lei e le disse: "Come cuoco sono una frana, e mangerei volentieri in questo ristorante. Tu hai cenato?"

"A dire il vero, Antonia me lo ha impedito. Comunque, questo ristorante è caro. Se accetti di raschiare un'altra volta i vicoli con le tue tette, ti porto dove si mangia benino senza spendere tanto".

"Grazie!", accettò Leonida, e si lasciò prendere a braccetto da Rebecca, che questa volta lo fece passare per stradine più larghe.

Mentre passeggiavano, squillò il cellulare di Rebecca - era Debora che voleva sapere quando lei sarebbe tornata a casa.

"Sto accompagnando Leonida a cena. Anzi, perché non venite anche voi, visto che è un uomo simpatico? Avete paura di approfittare? Se facciamo conti separati, penso che a lui vada bene. Ah, venite? Ci troviamo alla pizzeria Murgia fra dieci minuti".

"Curioso", disse Leonida, "Temevo che questa trasformazione corporea mi avrebbe lasciato completamente solo, ed invece ho trovato in te un'amica che non si vergogna a prendermi a braccetto, ed a cenare con me e le sue sorelle".

"L'essere dichiaratamente lesbica mi ha abituato ad essere impopolare. Comunque, il lavoro di agente immobiliare è molto delicato ed è un settore in cui c'è ancora molto maschilismo. Però ho potuto constatare che se sei brava nessuno si accorge che sei una donna, e sei lesbica".

"Hai detto che sei ingegnera, vero?"

"Curriculum di studi complicato: maturità classica conseguita da ragazza, e diploma di geometra conseguito in una scuola serale - i miei compagni di scuola mi prendevano in giro per la mia passione per le domus romane. I miei genitori non hanno voluto che proseguissi, le mie sorelle invece mi hanno aiutato, ed ora ho una laurea triennale in ingegneria civile. Sto studiando per la magistrale, ma con curriculum idraulica, perché l'isola ha bisogno d'acqua più che di case".

"Non hai pensato di aprire uno studio di ingegneria?"

"Sto finendo di smaltire le compravendite che ho preso in carico gli scorsi anni. La crisi non è ancora finita, e ci vuole molto tempo per vendere una casa. O faccio l'agente immobiliare, o faccio l'ingegnera. La legge non mi permette di fare ambo le cose, e non voglio tradire la fiducia dei clienti".

"Ti chiederò di ristrutturare la casa che mi hai proposto stasera, anche se per correttezza ne visiteremo altre insieme."

"Grazie! Potresti essere il mio primo cliente da ingegnera. La discussione della tesi magistrale è prevista per il prossimo anno".

"Argomento?"

"La Tennessee Valley Authority. Lo 'Ha-Movil Ha-Artzi', il sistema idraulico che fornisce ad Israele l'acqua del Lago di Genezaret, l'ho affrontato nella tesi triennale".

"Però! Dello 'Ha-Movil Ha-Artzi' avremo certo occasione di parlare", disse Leonida mentre lui e Rachele entravano nella Pizzeria Murgia.

lunedì 14 agosto 2017

49069NU.00002.001 - Il cliente genderqueer - 001

[Inizio]

Rebecca ricevette un giorno questa strana mail:

"Buondì. Il mio nome è Leonida, ed all'anagrafe sono un maschio. Ma come vede dalla foto allegata, in cui mi si vede in due pezzi, dall'ombelico in su mi sono fatta femminilizzare, ed in tutto il corpo mi sono fatta epilare - d'inverno mi tocca indossare i collant per non morire di freddo.

Vorrei comprare una casa al mare per vivere serenamente i miei ultimi anni, e vorrei chiederle non solo che case ha da offrirmi, ma anche che probabilità ho di dover lottare con i pregiudizi che colpiscono persone come me".

Rebecca trovò Leonida su Facebook, vide molte sue foto al mare, scoprì che era un dirigente di banca in pensione, che si dichiarava pure naturista e "genderqueer".

Questa parola dovette farsela spiegare dalla sorella Giaele, che spiegò: "Genderqueer è una persona che non è fedele ad un solo genere, ma nella sua vita ricorre ad elementi maschili e femminili - nel corpo, nell'aspetto, e nel ruolo sociale. Leonida non ha scelto un nome femminile, come farebbe una persona trans, ed a giudicare dalle foto, vuole un aspetto solo parzialmente femminile".

"Il seno di una donna ed il membro di un uomo?"

"Pare", rispose Giaele.

"Che devo rispondergli?", chiese Rebecca, e Debora rispose: "Che per te tutti i clienti sono uguali, e che sarai felice di trovargli la casa dei suoi sogni. Non puoi però garantire per i nostri concittadini".

"Anche perché nella nostra provincia non si è celebrata nemmeno un'unione civile", osserva sconsolata Rebecca, "anche se il nostro comune si è attrezzato per questo".

"Infatti", osservò Debora, "Abbiamo una giunta di destra, ma ragionevole".

Tutte queste considerazioni, più il link al motore di ricerca dell'agenzia immobiliare di Rebecca, furono inviate a Leonida, che rispose dicendo che alcune case gli erano proprio piaciute, e voleva trascorrere quindici giorni nella loro cittadina per valutare gli abitanti e gli immobili.

A chi chiedere di alloggiare Leonida? Antonia Gonnesa, reduce dalla brutta avventura del "dildo cavo", aveva ora bisogno di soldi, e Rebecca provò a mostrarle la corrispondenza con Leonida ed il suo profilo Facebook.

"Sembra una persona tranquilla", disse Antonia, "Ma dovrei fare eccezione alla mia politica 'No uomini'".

"Questa volta non sei sola. Rischi di meno che con Floriano e con Anselmo".

Antonia si lasciò convincere, e la settimana dopo Leonida si presentò da lei.

49069NU.00001.005 - Il dildo cavo - 005


Quando Floriano ed Antonia scesero dall'autobus di ritorno dall'aeroporto, videro Rebecca seduta ai tavoli esterni di un bar mentre beveva con delle clienti; Debora davanti alla vetrina della sua oreficeria, che descriveva a dei clienti dei vassoi d'argento; Giaele al volante di un'ambulanza della Croce Rossa; un furgone della ditta che riparava tetti, con diversi muratori in più del solito, vicino a casa di Antonia; un altro della Telecom con tre persone che sistemavano l'ADSL nell'isolato di Antonia Gonnesa e Salvatora Murru; e perfino cinque elettricisti che stavano cambiando le lampade al sodio dei lampioni con lampade a LED.

Floriano si era reso conto che tutte quelle persone erano sospette, soprattutto gli elettricisti, e provò a chiedere a loro come mai erano così tanti per cambiare una lampadina alla volta - ma il caposquadra rispose: "Regolamento di servizio. Siamo in tanti per il caso uno prenda la scossa. Allora dobbiamo togliere la corrente se ci riusciamo, ed in ogni caso staccarlo dai fili elettrici e soccorrerlo. La prossima volta che lei cambia una lampadina in casa, non lo faccia da solo. Chieda a qualcuno di stare ad un metro da lei con un bastone di legno in mano, in modo da staccarla dai fili elettrici se l'impianto non è stato fatto a regola d'arte".

Floriano percepì la risposta come una sfida - come se il caposquadra non fosse stato solo un elettricista, ma un collega spia che gli dava del babbeo. Entrò comunque in casa di Antonia, ed entrambi videro che la lampadina di cucina si era fulminata.

"Non erano lampade di ultima generazione quelle di casa tua?", chiese Floriano, ed Antonia rispose: "Era l'ultima lampada fluorescente che mi era rimasta, e volevo consumarla - consumava appena più di una a LED, e non mi pareva il caso di buttarla via ancora nuova, come ho fatto invece con le lampade ad incandescenza".

"Va bene, Antonia, salgo su una sedia e cambio la lampadina. Va' a prendere un manico di scopa per il caso io prenda appunto la scossa".

Antonia andò nel ripostiglio delle scope, e vide che l'unica scopa col manico di legno che aveva aveva appunto la punta del manico rivestita per una ventina di centimetri di carta d'alluminio. Non era una cosa normale; provò a toccare cautamente la carta, e sentì la scossa. Si voltò in direzione della cucina, fece un sorriso maligno, e prese quella scopa afferrandola per la parte di legno del manico.

Disse a Floriano: "Togliti le scarpe prima di salire sulla sedia, altrimenti me la sporchi! Essendo di metallo, non posso lavarla senza rischiare di farla arrugginire!"

"Mah, ho i piedi sudati perché in Sardegna fa caldo. Non so se ci guadagni a farmi togliere le scarpe!"

"Fa' come ti dico. Al sudore si rimedia più facilmente che allo sporco della strada".

Floriano lo fece, e quando ebbe tolto la lampadina fulminata, Antonia prima riaccese la luce, e poi colpì Floriano con la scopa.

I falsi elettricisti che cambiavano le lampade dei lampioni l'avevano trasformata in un taser, e Floriano rimase momentaneamente paralizzato. I carabinieri avevano visto la scena attraverso le loro microspie, ed irruppero nell'appartamento per salvare la vita a Floriano.

Tra loro c'era Giovanna, che, mentre i suoi colleghi soccorrevano (ed ammanettavano) Floriano, prese Antonia da parte e le disse: "Sappiamo che 'vieni bene in fotografia', e che lui ti ricattava per questo. Ora puoi punire quel mascalzone se ci dici tutto quello che sai. Se non lo fai, potremmo doverti incriminare per tentato omicidio".

"Se aveste aspettato dieci minuti, mi sarei fatta condannare volentieri all'ergastolo!", ribattè Antonia, e Giovanna rispose: "Vogliamo anche i complici. Per quello siamo intervenuti subito".

Antonia cominciò subito a cantare, tantopiù che le era stato promesso di inserirla in un programma di protezione dei testimoni - i servizi segreti credono molto nel proverbio "la vendetta è un piatto freddo", ed Antonia si era compromessa molto colpendo Floriano.

Floriano invece cercò di negare, anche se il RIS, decifrando i dati delle Micro SD, aveva raccolto molti elementi contro di lui ed i suoi contatti in Sardegna.

Erano però prove che non si potevano portare in tribunale, ed il Tribunale della Libertà scarcerò subito Floriano, imponendogli solo l'obbligo di dimora in quella città, in attesa del processo per tutte le accuse rivoltegli da Antonia.

Ma la città era un porticciolo di mare, ed il rischio era che i suoi complici, approfittando delle tenebre, lo facessero fuggire all'estero in barca. C'era un solo modo per impedirglielo, e se ne incaricò Debora.

Una sera Floriano era in un bar sul lungomare, e Debora entrò nel medesimo bar. Di solito indossava vestiti che mortificavano le sue curve, ma quella volta aveva deciso di indossare un reggiseno di pizzo sotto una T-shirt un po' stretta, e questo bastò ad attirare un bel po' di sguardi maschili. Lei guardò alcune volte Floriano, e quando si sedette ad un tavolo vicino al suo, Floriano chiese al cameriere di offrirle un drink.

Debora non accettò il drink, ma sorrise a Floriano, si avvicinò a lui, e gli disse, chinandosi in avanti in modo da lasciargli vedere un po' di bendidio: "Ti ringrazio, ma stasera devo uscire con un'amica. Possiamo parlare se vuoi una mezz'oretta, ma quando lei arriva dobbiamo salutarci. Va bene?"

"Con una donna della tua bellezza va bene qualsiasi accordo!", rispose galante Floriano. Debora lasciò intendere di essere bisessuale in una relazione aperta, ma che non amava le cose a tre, per cui il turno di Floriano sarebbe venuto un'altra sera, se Floriano se lo fosse meritato.

Floriano ordinò un paio di drink, e Debora stava attenta che non glielo drogasse; ma quando Floriano fu distratto da una chiamata al cellulare (era Rebecca, che fingeva di aver sbagliato numero), lei versò 20 mg di Cialis nel drink di lui - la dose massima somministrabile in una sola volta senza pericolo, per una persona normale.

Ma Floriano aveva già avuto un episodio di priapismo con quel farmaco, e Debora pensava alle cose più piacevoli per lei (no, Floriano non ne faceva parte) per inturgidire i seni ed indurire i capezzoli, e Floriano si rese subito conto di che gli stava accadendo. Avrebbe voluto tacere e fare finta di nulla, ma il dolore era diventato subito insopportabile, e Debora continuava a toccargli la patta dei pantaloni dicendo: "Povero caro! Ti fa male qui, qui e qui?"

Per colmo di perfidia, Debora telefonò a Rebecca dicendole: "Tesoro, adesso non posso venire con te. Ho un signore che ha assoluto bisogno di me. Vieni più tardi a casa mia, quando lui se ne va? Magari te lo presento e piace anche a te".

Floriano si dimenava per il dolore, ed il padrone del locale gli disse: "Lei mi sta spaventando i clienti. Vada subito in ospedale!"

Debora lo accontentò, e Giaele addormentò Floriano con una benzodiazepina, prima di trattarlo per il priapismo.

Poche sono le persone perfettamente sane, e Giaele trovò subito molti pretesti, oltre al priapismo, per trattenere Floriano in ospedale, mentre Giovanna, la luogotenente della caserma dei carabinieri, continuava a farlo piantonare dai suoi sottoposti.

Il piano per fuggire era fallito, tantopiù che a Floriano erano state sottratte le lenti a contatto rigide, ogni mattina gli misuravano una pressione arteriosa di 50/80 (forse gli somministravano un farmaco che la abbatteva), il cibo che gli davano a pranzo ed a cena, con il pretesto di intolleranze multiple, non avrebbe nutrito un micio, ed un signore vecchio ed un po' sordo ricoverato nella sua stanza guardava tutte le notti film pornografici in TV, commentando per giunta ad alta voce le performance degli attori e delle attrici, senza che nessuno glielo impedisse.

Se avesse tentato di lasciare l'ospedale, Floriano sarebbe svenuto prima di arrivare al cancello. Provò a lamentarsene con Giaele, ma quella gli rispose: "Quando ero praticante in ginecologia, le infermiere per scelta deliberata curavano le partorienti per prime e le abortenti per ultime. Lei crede di meritarsi cure migliori?"

Una nuova lamentela gli procurò una visita psichiatrica in cui gli furono diagnosticati disturbo antisociale di personalità, disturbo di personalità istrionico, disturbo di personalità narcisistico, disturbo schizotipico di personalità, disturbo borderline di personalità, disturbi parafiliaci di tipo sadico - e senza bisogno di inventarsi nulla! Lo avevano definito un uomo estremamente pericoloso, con una personalità simile a quella dei più spietati dittatori della storia, e rischiava non solo una condanna per le accuse di Antonia, ma pure il ricovero in Ospedale Psichiatrico Giudiziario una volta scontata la pena.

La psichiatra consigliò potenti neurolettici per prevenire accessi di rabbia, e Floriano si trovò a passare le giornate a letto in attesa del processo. L'avvocato d'ufficio intanto doveva fronteggiare un diluvio di accuse, perché le indagini bancarie avevano evidenziato sospetti pagamenti dall'estero, e Floriano era in Sardegna quando era avvenuto un misterioso omicidio a sfondo sessuale.

Il cadavere era stato bruciato, ma il RIS era riuscito a ricuperare una macchia di sperma intatta nei sedili dell'auto in cui era avvenuto il delitto, ed Antonia aveva consegnato a Giovanna il preservativo che Floriano aveva usato la prima volta che erano stati a letto insieme, conservato in congelatore. Il DNA combaciava, e l'ipotesi più probabile, compatibile con il suo profilo psicologico, era che fosse stato Floriano ad ucciderla.

L'avvocato dovette convincere Floriano a chiedere il patteggiamento, perché ormai era l'unico modo di evitare l'ergastolo. La misura di sicurezza, con il referto psichiatrico redatto in ospedale, e confermato da altre équipes mediche, non poteva più essere evitata.

Intanto l'AISE, esaminando tutti i dati che era riuscita a ricuperare, aveva concluso che Floriano era stato incaricato di creare una base spionistica in una città di mare della Sardegna, con un porto che non avesse eccessiva importanza, e non fosse pertanto troppo ben sorvegliato.

Per quella città sarebbero passati i rifornimenti per le spie dislocate in altre città dell'isola, ben più importanti anche strategicamente, e perciò meglio sorvegliate.

Il fallo d'oro sarebbe stato un bel nascondiglio, se avesse avuto dimensioni e pesi accettabili per una signora - ma la vanità e le parafilie consigliano spesso male.

[Fine]

49069NU.00001.004 - Il dildo cavo - 004


Infatti il mattino dopo Rebecca, che aveva l'agenzia immobiliare vicino alla fermata dell'autobus, vide Antonia prendere quello per l'aeroporto. Era un lungo viaggio su una bellissima strada piena di buche e curve, ed Antonia aveva preferito che fosse un'altra persona a guidare.

"Si è portata il fallo con sè?" chiese Rebecca a Debora, che prima di aprire la gioielleria stava rivedendo le registrazioni notturne della webcam, e disse: "No, lo ha lasciato a casa. Del resto, non può pensare di tenere in corpo un oggetto così ed arrivare all'aeroporto intera. Forse ha scelto quelle misure perché innamorata di Floriano, ma Giaele aveva ragione a dire che erano esagerate".

Qualche minuto dopo, Debora vide due uomini vestiti da muratori con sulla salopette l'insegna di una ditta specializzata nel restauro di tetti entrare in camera, seguiti da una donna ... Giovanna, la luogotenente dei carabinieri, travestita da muratore e con una maschera antipolvere in faccia, che si era tolta al momento di entrare nella stanza.

Questa sorrise alla webcam, fece ciao con la manina, sollevò l'abat-jour sull'altro comodino mostrando di non fare alcuna fatica, poi sollevò l'abat-jour con la webcam fingendo di farne tanta, guardò l'obbiettivo con disapprovazione, e chiuse l'abat-jour dentro un sacco di alluminio, di quelli usati per portare i surgelati dal supermercato a casa.

Le trasmissioni si interruppero, e pochi minuti dopo Giovanna convocò Debora in caserma.

"È mio preciso dovere farti (o farvi) il più gran cazziatone della mia carriera", disse Giovanna, "Spero che come lezione vi basti".

"Pensavamo di darvi una mano", disse Debora, e Giovanna ribattè: "La webcam nascosta in un oggetto è un trucco vecchissimo, che anche un bambino avrebbe scoperto. Bastava rendersi conto che un'abat-jour pesava più dell'altra, e chiedersi perché. I miei colleghi dell'AISE, per fare la microspia da inserire nel fallo, hanno fatto i salti mortali per non farla scoprire così facilmente".

"Ma siete entrati in casa proprio per togliere la nostra webcam?" chiese Debora, e Giovanna rispose: "Una microspia nascosta male viene facilmente scoperta, ed in questo caso lo spiato chiama un professionista, che può essere un'agenzia investigativa (e nel settore lavorano soprattutto colleghi o poliziotti in congedo) o, peggio ancora, un'altra spia molto esperta. Questi vanno a cercare le microspie nascoste meglio, e se le trovano mandano il nostro lavoro all'aria".

"E come avete fatto a scoprire la webcam nell'abat-jour?"

"Diciamo che non ci siamo accontentati della microspia nel fallo. Sono una donna anch'io, e so benissimo che un coso così non si può portare più di qualche minuto. Per questo è potuto accadere che lei lo lasciasse a casa, ed un ladro la derubasse. Bisognava integrarla con altre microspie, sui vestiti ed in casa. Ma quando installi una microspia, devi verificare che non ce ne siano già altre nell'ambiente ..."

"... e magari installare anche apparecchi in grado di rilevare l'aggiunta di nuove, per esempio attraverso le loro emissioni radio", osservò Debora.

"Non avrei voluto specificarlo. Saresti una grande carabiniera, se tu facessi solo quello che ti viene detto. Vi avevo detto di lasciar fare ai professionisti. Abbiamo avuto la fortuna che erano previsti oggi dei lavori nell'appartamento sopra quello di Antonia per sistemare delle infiltrazioni d'acqua dal tetto, per cui nessuno si è insospettito a vedere il furgone - certo qualcuno si chiederà perché mai oggi sono venuti in cinque anziché in due, e questo ti insegni che è difficile fare operazioni spionistiche senza sbavature, e quindi è meglio non costringerci a farne, e ad esporci, per rimediare ai vostri casini!"

"Va bene", disse Debora, "Usciamo dall'indagine. Sapete che Antonia è andata all'aeroporto stamattina?"

"Certo. E non voglio aggiungere altro".

"Posso dire la mia opinone su Antonia?", chiese Debora, e Giovanna rispose: "Sentiamo".

"Finora ha mancato di autodeterminazione. Le danno i soldi per comprare un fallo d'oro da usare come nascondiglio di dati segreti e Nano SIM compromesse, e lei prende il fallo più grande che può permettersi colui che la paga, senza far notare che lei non può tenere addosso una cosa del genere per un tempo apprezzabile. Perciò lo lascia a casa, ed un ladro la deruba. Nel derubarla il ladro rompe anche un'abat-jour, e lei non denuncia né il furto del fallo, né l'effrazione in casa, né la rottura dell'abat-jour. E forse ci sono stati anche altri danni in casa, se lei ora dorme nella camera che dovrebbe affittare, anziché nella sua. E cerca a tutti i costi di nascondere il furto - ricomprando di tasca sua il fallo, e l'abat-jour".

"Pensi che lei sia sotto ricatto?"

"Se fossi una spia, aprirei più volentieri la bocca delle gambe. Lei non lo ha fatto".

"Il ladro che la deruba ...", dice a bassa voce Giovanna, e poi si rivolse a Debora: "Dì a tua sorella Giaele di rivoltare un'altra volta l'archivio dell'ospedale. Anzi, di tutti gli ospedali vicini!"

"Ah, siamo di nuovo nell'indagine!", dice Debora, ed aggiunge: "Però mi devi dire a che ti servono queste informazioni!"

"Voi donne siete indisponenti ed impiccione!", dice Giovanna, e Debora ribatte, "Sei donna anche tu, lo dovresti sapere come siamo!"

Giovanna sorride e spiega: "Non è stato un furto, è stata una rapina! Antonia ha mai comprato gioielli da te?"

"Solo il primo gioiello erotico, piccolo, leggero, delicato, che si può portare addosso per ore senza fastidio. Non guiderei fino all'aeroporto con quello addosso, però - rischierei di uscire di strada godendo e morire letteralmente di piacere!"

"Ecco. Un ladro si informa bene prima di derubare qualcuno, ed un qualsiasi ladro sarebbe giunto alla nostra conclusione: a casa di Antonia non c'era trippa per gatti!"

"Quindi, Antonia ha portato qualcuno in casa, gli ha mostrato ingenuamente il fallo, questi ha cercato di appropriarsene, ed Antonia di strapparglielo. Nella baraonda si è rotta un'abat-jour prima che Antonia avesse la peggio ed il ladro fuggisse".

"Esatto. Antonia potrebbe aver riportato lesioni personali nella lotta, che potrebbe aver cercato di curare in Pronto Soccorso. Se le lesioni non erano troppo gravi, e lei ha negato di essere stata aggredita, non è stato compilato il referto, e l'evento è sfuggito alle Forze dell'Ordine".

"Ad onta del posto di polizia all'interno dell'ospedale".

"Già. Purtroppo, ci sono dei limiti alla nostra invadenza".

"E se lei era sotto ricatto, non poteva dirvi nulla".

"A questo punto dobbiamo parlare con il ricettatore, e chiedergli di descriverci chi gli ha dato il fallo".

"Forse Antonia non aveva una doppia, ma una tripla vita", osservò Debora, "La vita che conoscevamo, la vita su cui stai indagando, ed incontri occasionali con persone che si sono dimostrate dei mascalzoni come colui che l'ha rapinata".

"Avverto chi segue Antonia che lei rischia di essere aggredita, e di non perderla di vista. Quando scopriranno che il fallo non è quello che le avevano pagato, che è vuoto, e che in casa di lei è successo qualcosa di cui non vuole parlare, rischia veramente il peggio", concluse Giovanna.

Giaele si mise subito a cercare nei fascicoli del Pronto Soccorso della città e degli ospedali vicini, non solo eventuali ammissioni di Antonia Gonnesa, ma anche di uomini con lesioni personali compatibili con una violenta lite - si disse infatti: "Nella situazione di Antonia, avrei lottato come una leonessa, ed anche se avessi avuto la peggio, di male al mio aggressore ne avrei fatto!"

Rebecca coinvolse le sue concorrenti: pensò infatti che una tresca di Antonia con un uomo del luogo, in una piccola città come la loro, non sarebbe passata inosservata, perché gli uomini hanno due difetti: il primo è il bere (il sardo medio beve più birra di quanti cinghiali divori Obelix), il secondo è parlare troppo quando si è ubriachi.

Per mantenere il segreto, disse solo: "Tra i vostri clienti maschi, ce n'era uno che avrebbe potuto picchiare una donna perché non le voleva dare qualcosa?"

Le concorrenti ridevano tutte come matte a quella domanda, e gliela fecero ripetere più volte, finché una non le disse: "Rebecca, si vede che non conosci uomo. Tutti i maschi si comportano così. Per accontentarti, dovremmo darti l'elenco di tutti i clienti che hanno più di dieci anni e meno di settanta. Oltre i settant'anni si buttano a terra e cercano di far credere che lei gli abbia messo le mani addosso! Mancano le forze, ma la cattiveria mai!"

Dopo quelle grandi risate, le agenti immobiliari della città le diedero copia dei loro elenchi, e Giaele, incrociandoli, notò che un certo Anselmo era stato in Pronto Soccorso con segni di graffi, morsi e capelli strappati, nonché un calcio che aveva mancato per poco le parti intime. Era stato trasmesso il referto all'autorità giudiziaria, ma le lesioni non erano gravi, e non c'era stata querela, per cui non se ne era fatto nulla.

E qualche ora prima di lui, in altro ospedale, diverso da quello della nostra città sarda, si era presentata Antonia Gonnesa. Confrontando le cartelle cliniche, era plausibile che lei avesse lottato con Anselmo, avendone però la peggio. Anche qui, non ci fu querela.

Giovanna prese nota, vide che Anselmo aveva dei precedenti penali per violazione di domicilio, furto, violenza privata e rapina, si fece dare una foto di Anselmo, ed il ricettatore lo riconobbe come colui che gli aveva dato il fallo.

"Un mistero è risolto", disse Debora, e Giovanna la corresse: "No. Bisogna che Antonia testimoni contro Anselmo. Ed occorre slegarla da chi la ricatta, per questo".

Rebecca aveva una grande memoria visiva (non avrebbe fatto l'agente immobiliare altrimenti), e seppe ritrovare ciò che consentiva di ricattare Antonia Gonnesa.

"Come interpretereste la frase: 'Viene bene in fotografia'?", chiese alle sorelle.

"Cos'è", chiese Giaele, "Un altro test per distinguere le persone Asperger da quelle neurotipiche - con le neurotipiche che correttamente interpretano: 'Le sue fotografie sono sempre molto belle', e noi Aspie che invece interpretiamo: 'Letteralmente gode a farsi fotografare'?"

"Ecco, è esistita una pubblicazione semiclandestina con questo titolo, con delle ragazze che venivano fotografate nel momento dell'estasi, autoprocurato, ovviamente. Io ne comprai una copia quand'ero giovane - fu allora che scoprii quanto mi turbava il corpo femminile, e mi fosse indifferente quello maschile - quella copia l'ho conservata, ed una delle ragazze riprese è Antonia Gonnesa".

Debora e Giaele guardarono, e ne convennero. Debora osservò: "Mi pare una trasgressione piccina. Quante persone in cerca di notorietà hanno mostrato le loro grazie e l'hanno avuta senza danno?"

Giaele rispose: "Non in questa piccola cittadina in cui noi tre sappiamo tutto di tutti quelli che ci abitano. Ogni famiglia qui conosce bene tutte le altre, e le giudica spesso ferocemente. Gli anticlericali mi fanno ridere: se anche sparissero tutti i prelati, tutti si comporterebbero come se ne avessero ereditato i ruoli. Ognuno qui è lo scomunicatore del prossimo, non il suo riconciliatore".

"E noi Aspergirls abbiamo imparato sulla nostra pelle che l'anticonformismo lo paghiamo caro", disse Rebecca, "Quanti sono i maschi Aspie che hanno la loro nemesi nelle loro madri Aspie, perché i maschietti vogliono esplorare nuove possibilità, e le femmine hanno paura di essere loro stesse a pagare le conseguenze dell'anticonformismo dei figli?"

"Quindi mi dite che questo può essere un gran ricatto per Antonia", disse Debora, e quando Giovanna vide la foto confermò: "Per foto meno spinte di questa molte ragazzine si toglierebbero la vita".

domenica 13 agosto 2017

49069NU.00001.003 - Il dildo cavo - 003


Nel pomeriggio, Giaele consegnò a Giovanna copia della cartella clinica dell'intervento al Pronto Soccorso di Floriano (così si chiamava il sospetto), Rebecca consegnò copia del registro dei suoi clienti, con gli appunti ed i messaggi intercorsi a causa della prenotazione a nome di Liuba, ma di cui avrebbe dovuto giovarsi Floriano, e Debora portò a Giovanna il nuovo fallo da consegnare quella stessa notte ad Antonia.

"Bene, bene, bene", disse Giovanna alle tre sorelle, "Sono molto soddisfatta di voi, e se volete entrare nell'Arma vi darò delle referenze da favola!"

"Stanotte verrà Antonia a casa mia a ritirare il fallo", disse Debora, "Dove vuoi mettere la microspia?"

Giovanna aprì il cassetto, estrasse il tappo-serratura del primo fallo, quello ritrovato in casa del ricettatore e poi inviato al RIS, e disse: "I colleghi dell'AISE hanno inserito qui dentro la microspia. Sostituiamo i tappi-serratura, e la microspia è pronta per essere data all'ignara Antonia".

"Bene", commentò Debora, e Giovanna disse alle sorelle: "Uno dei grandi vantaggi del vivere in un'isola come la Sardegna è che non puoi legalmente entrarne od uscirne senza dare gli estremi di un documento d'identità al vettore marittimo od aereo, al momento di fare il biglietto. Così Floriano non ha potuto fare a meno di comunicarci i suoi viaggi passati, ed avvertirci che sta per tornare nell'isola. Se lo incontrate, tenete la bocca chiusa e trattatelo come un normale turista, perché a spiarlo ora ci pensiamo noi. Vi siamo molto grati del vostro prezioso aiuto, ma ora di questo affare si devono occupare i professionisti".

"Bene", disse Debora, "Stanotte consegno il fallo ad Antonia, e spero che non vi faccia sentire solo dolci parole d'amore".

In realtà le tre sorelle, pur non provando particolare benevolenza per Antonia, erano molto preoccupate per lei. Si erano convinte che Antonia fosse stata circuita, e che, pur avendo i suoi motivi per sentirsi delusa dal mondo che le aveva dato sì da vivere, ma mai il calore di una famiglia, non sarebbe mai stata capace di tradire il suo paese. Ma AISE, carabinieri, magistratura, l'avrebbero capito?

Avrebbero voluto poter ascoltare anche loro quello che registrava la microspia, per capire che cosa stava facendo davvero Antonia. Ma era evidente che Giovanna le aveva estromesse dalle indagini, perché non avevano più informazioni utili da dare, e la cosa era ormai riservata ai "professionisti".

Debora chiese a Rebecca: "Floriano ti ha contattato?"

"No", rispose Rebecca, "Del resto se c'è del tenero tra lui ed Antonia ..."

"Tenero? Quella sera no di sicuro!", rise Giaele con le sorelle, e Rachele riprese: " ... appunto! Non ha bisogno di contattarmi e pagarmi la percentuale, se può parlare direttamente con Antonia!"

Quella notte, Giaele era di turno all'ospedale, ma Rebecca era nella sua stanza, collegata grazie al suo smartphone ad una webcam in salotto. Cosicché, quando Antonia bussò, e Debora le aprì, Rebecca le tenne entrambe d'occhio.

Debora estrasse il fallo dalla cassaforte, lo consegnò insieme con il radiocomando ad Antonia, ed ella la pagò questa volta in contanti, ed alcune banconote erano sporche, spiegazzate e logore.

"Ahi", pensò Antonia, "Questa volta lei ha raschiato il fondo del barile e sta pagando proprio con i suoi soldi". Antonia chiese se si poteva fare a meno di emettere ricevuta fiscale, e Debora rispose: "Purtroppo no. Il fisco mi marca stretta, e se non ho più in giacenza l'oro di quel fallo, o lo dichiaro venduto, o lo denuncio come rubato. Un po' di sconto te lo posso fare, ma nascondere la vendita proprio no".

"Lascia perdere, allora", disse Antonia, che si guardò intorno e fissò lo sguardo sull'abat-jour che era servita a ben illuminare il fallo prima che Antonia lo mettesse in borsa.

Debora si inquietò: la webcam era nascosta proprio lì dentro! Si era resa conto Antonia di essere spiata? Fuori della porta c'era il cartello "Area videosorvegliata", quindi Antonia non avrebbe avuto comunque diritto di arrabbiarsi.

Antonia disse: "Debora, ti ricordi che qualche anno fa mi hai venduto due abat-jour come queste per la camera dei miei ospiti?"

"Sì", rispose Debora, ed era vero.

"Ecco, vorrei una terza abat-jour per la mia cameretta in cui dormo sola. Me la puoi vendere?"

Debora sapeva che l'abat-jour non si addiceva all'arredamento di quella cameretta. E se Antonia, pur vestendosi dimessamente, riusciva ad abbinare bene i capi ed i colori, voleva dire che poteva ben rendersi conto che in cameretta l'abat-jour non ci poteva stare.

"Forse", pensò Debora, "Il ladro che l'ha derubata del fallo, rovistando selvaggiamente la camera degli ospiti, ha rotto una delle due abat-jour. E Debora vuole nascondere il furto ricomprando anche l'abat-jour, e mentendo per averla".

Debora pensò anche che la sua abat-jour, dotata di webcam che si collegava ad un WiFi, e di batteria e buffer che permettevano di immagazzinare 12 ore di registrazione in assenza di corrente e WiFi, poteva darle più opportunità di capire quello che era successo ad Antonia di una microspia che doveva finire o in un cassetto o nelle sue parti intime.

Disse perciò ad Antonia: "Vado in magazzino a vedere se ho ancora un'abat-jour imballata. Se non ce l'ho, ti vendo questa".

In realtà, lei andò in camera da Rebecca, e le chiese: "Sbaglio, od anche una vicina di casa di Antonia è tua cliente?"

"Salvatora Murru?", rispose Rebecca, "Sì, condivide con Antonia un muro perimetrale. Si fanno poca concorrenza perché Salvatora ha un Bed & Breakfast, Antonia affitta camere".

"Salvatora ha un WiFi? Ne hai le credenziali d'accesso?"

"Sì, ma che ne vuoi fare?"

"Puoi configurare la webcam dentro l'abat-jour del salotto, cuncupita da Antonia, in modo che si colleghi al WiFi di Salvatora?"

"La furbona! In questo modo, se qualcuno controlla il WiFi di Antonia, non trova nessun apparecchio estraneo collegato!"

"Esatto! E non credo che Salvatora sia capace di controllare il suo Wifi".

"Vero, ma è un trucco comunque facile da scoprire. Speriamo che non piombino in questa città spie troppo agguerrite".

Rebecca riconfigurò la webcam dentro l'abat-jour, e pure la rete WiFi di casa, dandole lo stesso nome e la stessa password di quella di Salvatora, per essere sicura di aver fatto un buon lavoro. Disse infine a Debora: "Ora puoi dire ad Antonia che non hai trovato un'abat-jour uguale in magazzino, e le vendi perciò quella".

In realtà non gliela vendette - gliela regalò, e quello fu il suo sconto.

Antonia pose l'abat-jour sul comodino della camera degli ospiti, e per fortuna rivolse la webcam verso il letto ed il centro della stanza, e non il muro.

Prima di spogliarsi aprì gli armadi, mostrando così a Debora, che guardava nel suo smartphone e registrava, che tutto il suo guardaroba era stato trasferito lì, ma che alcune ante dell'armadio erano state riservate a dei vestiti da uomo.

"Sembra che Antonia abbia un amante maschio", pensò Debora, "Ed a giudicare dalla biancheria e dai vestiti che tira fuori ora, domani lo deve incontrare".